In un inverno qualsiasi mi destai da un sonno profondo e mi ritrovai dove non ero mai stato. Guardai intorno e vidi gente passeggiare lungo le strade, animali zampettare, uccelli volare. Mi volsi a destra poi a sinistra chiedendo ai passanti una spiegazione sul mio stato d’animo. Ma cosa ne potevano sapere loro… domandavo all’impazzata e le uniche risposte che trovai furono di totale sconcerto. Per me e per loro che non capivano. Decisi quindi di rilassarmi, sedermi, e con le mani poggiate sulla testa iniziai a riflettere su quale potesse essere il modo migliore per sopravvivere. Ed eccomi qua , ai giorni nostri.

Sono un dirigente di medio successo. Dirigo una fabbrica che costruisce pezzi di ricambio per elettrodomestici. Ho una moglie, due figli e un cane. E non ricordo nulla di quel che mi successe prima di quel giorno. Io non ho passato.

Sono presente e le mie giornate si svolgono alla luce del mio presente. Ma dio solo sa quanto vorrei poter ricordare. Gli psicoanalisti non mi sono stati di aiuto. Non credo ai medici. Quando giungo ad un punto della mia memoria, quel punto coincidente con quel giorno d’inverno, cado in un sonno profondo, così profondo che la seduta deve essere sospesa. Alcuni giorni vivo con la tranquillità che tutto sommato riesco a sopravvivere in una esistenza normale anche se sento di essere stato originato dal nulla. Altri è un incubo. Non riesco a capacitarmi di non ricordare. Impazzisco. Sbatto la testa contro i muri, poi cado a terra, in un sonno profondo lungo dalle due alle tre ore.

Ho preso una decisione per dare un equilibrio al mio stato altalenante. Percorrerò tutta la mia vita, di cui ho memoria, all’indietro sino a giungere a quel giorno e varcare anche se solo di poco quel momento temporale, avvalendomi solo di questi fogli di carta per annotare. Male che mi va cadrò in un sonno profondo. Ma poi di nuovo il foglio, l’annotazione. Poi il sonno, poi il foglio, poi il sonno…

La fabbrica dove lavoro si erge su una sorta di piattaforma o per lo meno così pare a prima vista. È un po’ fuori zona, fuori dal centro, lontano da casa mia. Intorno vi sono altre fabbriche, ma quella, quella è la più grande. Dicevo che si sviluppa su un terreno vastissimo, dove c’è solo dell’asfalto fine e questo dà l’idea di essere poggiata su una sorta di piattaforma. Io non m’intendo di ingegneria ma mi piace pensare che l’ingegnere, o più probabilmente gli ingegneri che l’hanno progettata abbiano seguito tutte le norme previste per l’antisismica! Del resto non metterebbero mai a repentaglio la vita di centinaia di operai che tutti i giorni si svegliano speranzosi di vincere alla lotteria, pur non giocandovi. Poi ci sono i dirigenti… tra cui io. Ed io sto cercando di capire, da quando ne ho memoria di questo mondo, come sia la valutazione di valore degli esseri astanti. E dal momento che i dirigenti hanno più soldi degli operai in qualche modo devono essere più tutelati poiché in caso di incidente, i familiari poi avrebbero la possibilità di intentare causa con i migliori avvocati, cosa che diversamente non potrebbe accadere. Moglie e figli dei nostri operai potrebbero solo godere del pianto sulla tomba del loro caro.

Da fuori non è molto cupo. La tintura è di un colore simile all’arancione che in qualche modo può mettere di buon umore. Dentro è tutto grigio però, sarà per via dei macchinari. Delle tute degli operai o delle loro facce. Io mi ritengo fortunato perché gestisco come meglio credo il mio tempo. Non mi reputo schiavo di orari e questo mi solleva se non altro perché nel tempo libero posso fare finta di condurre una vita normale piuttosto che quando, al contrario, mi capita di passare delle ore con la testa tra le mani nella disperata, e dio solo sa quanto vana, ricerca di un mio passato.

La mattina però solitamente non transigo neanche verso me stesso. La sveglia è alle sei. Forse non voglio forzare troppo la mia fortuna di non essere rimasto un operaio. Ormai sono quindici anni che diciamo, mi hanno alzato di grado, anche se a mio parere più che un innalzamento è un vero e proprio altro lavoro.

Alle sei mia moglie mi fa trovare la colazione già pronta, poi torna a letto. I bambini dormono. A farmi compagnia c’è il cane, max. Probabilmente sbaglio perché, conoscendomi che riesco a sporcarmi anche con dell’acqua, prima uso vestirmi e poi prendere il caffè. Quante volte ho dovuto fare rialzare mia moglie per farmi dare una camicia pulita, di nuovo. Il cane mi guarda assonnato, anche lui. Il più delle volte ci incrociamo lo sguardo probabilmente con lo stesso pensiero… ma poi perché mi devo svegliare così presto? Per cosa? Non è che io sappia più del cane la risposta. Bevuto il caffè, lascio tazzina e briciole di biscotti sul tavolo perché nonostante l’ora mattiniera alla fine riesco sempre ad essere lievemente in ritardo sulla tabella di marcia. Prendo la macchina parcheggiata nel garage e mi avvio. Questo ormai da quindici lunghi anni. Sempre la stessa tiritera. Lungo la strada altri disgraziati, si fa per dire, come me. Io osservo sempre molto, forse per capire la mia origine quale sia stata. Sperando che un particolare o chissà cosa possa far riaffiorare anche solo un piccolo indizio. Ma il paesaggio intorno è a dir poco, davvero sconfortante. Accanto a me sfrecciano automobili che poi incontro nuovamente al semaforo rosso cinquanta metri avanti. I visi sono sempre abbastanza tristi, ma incoscienti di ciò, dal mio punto di vista. Le persone sfrecciano, le macchine sono uno bello strumento per aumentare la velocità che un essere umano non può avere. E così vengono utilizzate per fuggire. Queste persone le vedo tristi. Io lo sono, ma so di esserlo e conosco il perché. Maledetta memoria…

Gli occhi sono tutti rivolti sulla strada fredda a quell’ora, in ogni stagione. Va ancora bene che non c’è spesso la neve. Le mani stringono il volante come a volersi aggrappare a quell’oggetto così indispensabile alla corsa. Mille volte ho visto gente che conoscevo e avrei voluto salutarli, ma non mi vedono. Forse i loro pensieri sono ancora ai sogni della notte appena passata. Non so, io non sogno mai. La strada molte volte mi annoia. Sempre lo stesso paesaggio, sempre lo stesso traffico negli stessi punti. Non capisco il fenomeno del traffico. È paradossale! Tutti hanno fretta e questa fretta condivisa produce l’effetto del rallentamento. E poi i punti nevralgici, ma chi li stabilisce? E perché si sbloccano senza motivo? La mia ignoranza in questo campo è illimitata, ma non capisco proprio. Eppure la fretta è una costante. Ma lo sblocco è interrotto da lunghissime code. Accendo la radio. Non c’è più il cane con i suoi occhi dispersi a tenermi compagnia, allora sostituisco con delle voci di gente di cui difficilmente vedrò mai le facce. La radio che scelgo dipende dal mio stato d’animo. Quando ascolto trasmissioni divertenti mi ritrovo a ridere in mezzo ad una mare di metalli e facce scure che sembrano sottolineare la mia inadeguatezza. Se al contrario mi ritrovo col viso serrato, sento di confondermi in quel mare, ma la mia angoscia aumenta.

Arrivo nei pressi della fabbrica e mi parcheggio. Uscendo dalla machina ogni volta me ne vado sicuro, ricordandomi di chiuderla sempre dopo. Quando entro tutti mi salutano cordialmente ed io a volte me ne rallegro, a volte mi infastidisco. Entro nell’ufficio e poi per almeno sei ore passo le mie giornate dentro quell’edificio, ma tante volte le spezzo. Preferisco tornarmene a casa a mangiare e poi ritornare.

Poco più di un mese fa il bilancio non era dei migliori e si è reso necessario diminuire il personale. Questi sono inconvenienti che a noi più alti gerarchicamente non toccano poi molto, ma agli operai si. Io non mi occupavo dei licenziamenti o sospensioni. Non mi sono mai occupato del rapporto col personale in questi termini, ma ciononostante, e non ne comprendo a fondo la ragione, questi vengono a me.

Michelangelo è un ragazzo giovane che ha avuto da poco una bambina con la convivente e due settimane fa è venuto da me imprecandomi di aiutarlo. Volevano licenziarlo. Quelli che sono lì da una vita sono un po’ più garantiti. Hanno sempre ragionato su vecchi contratti e il direttore, che mantiene un aspetto di umanità, capisce che farebbero ancora più fatica a comprendere di uno magari giovane abituato alla precarietà.

Ma questo ragazzo era davvero disperato. Il giorno che gli pervenne la lettera fece di tutto per incontrarmi e mi fermò proprio quando me ne volevo andare a mangiare.

_ signore, mi scusi. Mi rivolgo a lei perché sa… lo sanno tutti… io non posso rimanere senza lavoro, mi aiuti, ho una bimba piccola, la mia convivente non lavora. La prego.

In realtà io non so quello che sanno tutti, lo sapessi probabilmente avrei capito di più la mia personalità e quindi forse riuscirei ad arrivare alle mie origini senza entrare in uno stato catatonico. Ma sta di fatto che riconosco la sincerità. E questo è il mio punto debole. Sento una morsa nella cassa toracica. La sincerità mi duole dentro. Anche quella degli altri. Il ragazzo era sincero.

_ sai ragazzo che io non ho competenze per questo? Eh si.. certo lo sai… lasciami il tuo numero. Domani ti chiamo.

Io non avevo competenze, è vero. Ma conosco tanta gente. Partii subito per casa e non appena arrivato presi il telefono e feci un po’ di chiamate. Alla fine gli trovai un posto in una serra che coltivava fiori. Non so quanto sarebbe durato, ma l’importante è che poi sarebbe stato lontano da me.

Mia moglie mi sgrida sempre quando vedo che mi faccio in quattro per sconosciuti, ma lei non capisce quanto di egoistico ci sia in tutto questo per me. Davvero non sopporto la sincerità.

La sera, la maggior parte delle volte, prima di rientrare a casa mi fermo in un bar del centro. Lì trovo sempre qualcuno disposto ad offrirmi da bere, ma sia chiaro, andrei ugualmente. Un giorno trovai uno sconosciuto, o per lo meno, così appariva ai miei occhi.

_allora come stai?

Mi sentii uno stupido.

_scusi, parla con me?

_ho la mano appoggiata sulla tua spalla, non vedi? Sto parlando proprio con te! Ma come non mi riconosci?

D’un tratto mi sovvenne un flash. Quel ragazzo, o per meglio dire,uomo, era con me il giorno che mi presentai per il lavoro in fabbrica come operaio. Quel giorno ricordo che ero disperato, era poco tempo che ero per così dire risvegliato. E quindi lo affogai di parole per farmi uscire tutta la rabbia data dall’incomprensione che allora era fresca. Sono passati venticinque anni. Ma come fa a riconoscermi? E come faccio io? Ormai, a quasi cinquant’anni, non voglio sembrare un pazzo e la verità cerco di celarla a più gente posso.

_no guardi, si sta proprio sbagliando. Sa molte volte mi scambiano per qualche d’un altro. Le garantisco che non sono chi pensa. Ma come ho fatto ad essere così stupido? Se ci penso ancora mi divoro le dita!

_strano che tu non ti ricorda… e si formarono delle rughe profondissime sulla sua fronte. Io iniziavo a sudare. Io ti ricordo, mi avevi raccontato una storia strana. Il tuo ricordo l’ho sempre mantenuto. E ricordo che si fece più cupo sul viso, quasi deluso dalla mia villania.

_no, guardi, proprio si sbaglia.

Si allontanò senza degnarmi neanche più di uno sguardo. Umiliato quasi. In fondo io l’avevo assillato tutto il dì in quel giorno lontano e ora io non gli concedevo nemmeno un minuto o la soddisfazione di dirgli che sì, ero quello che lui ricordava. Ricordo che uscii da quel bar completamente frastornato.

Durante tutto il tragitto per fare ritorno a casa mi sono dannato l’anima. Ma come? Cerco perennemente risposte poi nel momento in cui qualcuno può avvicinarmi a quel giorno e magari farmi ricordare qualcosa che ho detto circa quell’evento, io scappo? E come scappo! Come un cane picchiato dal padrone. Giro la testa, l’abbasso e me ne vado. Lui sicuramente è rimasto deluso e umiliato, ma io… io peggio! Mi sono umiliato da solo! Non c’è cosa peggiore che guardarsi dall’esterno e farsi schifo. Vedere di essere dei vigliacchi. Villano che non sono altro!

Quel giorno, ricordo, ero fuori di me. Arrivato a casa, mia figlia mi è venuta incontro e io temo addirittura di averla scostata… dio mi salvi! È passato poco ad oggi da quella sera, ma fortunatamente non ne ricordo in maniera nitida i particolari. Ricordo solo che mia moglie mi ha sgridato per qualcosa forse che avevo fatto, o forse che non avevo fatto.

Dopo quel giorno quell’uomo lo vidi altre volte, di sfuggita. Chissà come mai per anni non l’avevo più rivisto… ancora ieri mi è capitato di vederlo lungo il marciapiede opposto a quello che stavo percorrendo io, e me ne sono guardato bene di tenere lo sguardo fisso al marciapiede. Quale pezzo di idiota che sono…

E poi faccio tutto questo, scrivo, prendo appunti, per farmi arrivare a quel giorno d’inverno… quanta stupida incoerenza dentro di me… ma forse ho solo bisogno di essere lasciato solo per compiere quest’opera. Mi metterebbe troppo in discussione confrontarmi con qualcuno, specie se questo tiene in riserbo un ricordo di me.

Le giornate in fabbrica mi passano veloci. Quando ci sono delle belle giornate cerco di fare orario continuato per avere tutto il resto del giorno libero. Mi piace passeggiare, guardare quello che mi sta attorno. Non sento mai di fare davvero parte di questo mondo. Forse è per questo che osservo molto. Osservi come un visitatore in uno zoo, che guarda meravigliato un mondo che non gli appartiene e che, per lo più, gli fa pena.

Osservo la gente che cammina. Gente sola, gente in compagnia con l’espressione in volto della gente sola. Signore con occhiali da vista che non appena perdono la funzione datagli, forse solo per poter distinguere il colore del semaforo, se li tolgono, come se con quel gesto potessero riacquisire forse la bellezza dissolta nello scorrere dei giorni. Uomini con cravatte luminose, come a voler significare che sì, fanno parte di un dato mondo, ma sì se ne distinguono.

Un pomeriggio, assorto in questo tipo di considerazioni, mi accorsi della mia immagine riflessa nella vetrina di un negozio che stava sul marciapiede sul quale camminavo. Che strano… osservavo la gente intorno a me e per un attimo ebbi la visione di me intorno alla gente. Il mio punto di osservazione era completamente mutato. Mi sono visto come un essere insulso, con un giaccone lungo e un cappello in testa. Un personaggio, avrei detto io stesso da fuori, che vuol risaltare per misteriosità, ma che non è altro che uno intorno ad altri. In quel momento di massimo sconforto la vista di me focalizzata su quella vetrina si tolse per spostarsi all’esterno, dietro me, ed assistetti ad un incidente. Un ragazzino in motorino ebbe a scontrarsi con una signora già anziana. Una folla si accalcò per l’evento. Io che avevo visto tutto mi allontanai. Mi aveva impressionato la scena. Una vecchia che già di suo fatica a camminare viene travolta da un mezzo e , beffa del destino, lo guida un ragazzino. Due generazioni che si scontrano. La prepotenza del giovane sull’affievolimento del vecchio. E io avrei dovuto prenderne parte? Ma non è forse per natura che il più forte fa del male al più vecchio, giacente? Avrei dovuto fare da paladino, ma di quale giustizia?

La signora suscita di per lei sensazione di indifesa e tutti si avventeranno sul ragazzino prepotente. Ma nei silenzi delle loro camere da letto, quale dei due avrà pensieri meno convenienti? Chi ha più valore dell’altro? Chi è giusto aiutare di più? La donnina, vedo da lontano, che si rialza e punta imbestialita il bastone contro il ragazzo che viene denigrato ed insultato. Lui e i suoi genitori che l’hanno educato! Il ragazzino questa sera passerà attraverso la collera del padre. La donnina, passerà dall’assicuratore per aumentare la sua pensione.

Non volevo aumentare le disgrazie del ragazzo che in effetti, a guardare il codice della strada avrebbe dovuto fare più attenzione.

Me ne andai verso l’auto, sconvolto. Ma più dalla vetrina che dall’incidente alla fine.

L’immagine non voleva allontanarsi dai miei occhi.

Le domande mi assalirono… ma se non sono altro che un essere simile a tutti gli altri esseri, perché mai dovrei conoscere l’origine di me? Oramai sono indistinguibile.. o forse non solo oramai, probabilmente lo sono sempre stato… ma la mia sofferenza nasce dunque dalla indistinguibilità o dal suo opposto? Perché se in oggi sono esattamente uguale a tutti gli altri non riesco a dimenticare che la mia origine forse, e dico forse, fu diversa? D’altro canto qual’ è il parametro dell’uguaglianza…il presente o il passato?

Scrollai questi pensieri di dosso con un cenno del capo. Aprii la portiera della mia auto e mi diressi verso casa con addosso la pesantezza dell’incomprensione.

Quel giorno ricordo un traffico insolito. Ci fecero rimanere fermi per più di un’ora. Macchine lampeggianti continuarono a passare. Sirene impazzite. Guardavo le persone impazienti nelle loro auto. Mi chiedevo come questo fosse possibile. Al mattino vedevo l’impazienza, la sera l’impazienza. Possibile che non esista un momento della giornata in cui la gente non abbia fretta. Poi la fretta è quella di tornare in una casa che il più delle volte ci sta stretta. E poi pensavo. Chissà quale tipo di disastro deve essere accaduto per causare tutto questo via vai. Addirittura i vigili del fuoco. E la gente si preoccupa di rincasare! Io immaginavo… macchine accartocciate sulle loro stesse lamiere e su quelle di altre macchine. Fumi, fiamme. Gente sbraitante e persone doloranti se non addirittura morte. Scarpe gettate molto più distante dai piedi, quegli stessi piedi che per quelle stesse scarpe erano entrati in un negozio, si erano fermati davanti proprio a quel paio di scarpe e se le erano indossate. Scarpe riposate con cura in qualche scarpiera ordinata dalla madre o dalla moglie o dalla persona stessa. E che ora erano là, gettate come spazzatura scomoda mentre i piedi distavano scalzi ed indolenziti, se non privi di circolazione. Poi l’intervento della polizia per ristabilire un po’ d’ordine, allontanare i curiosi, bloccare il traffico. In attesa delle ambulanze che arrivano spietate con la fretta di chi sa che si è sempre all’ultimo minuto e che il minuto dopo può essere fatale. Corpi incastrati tra un volante ed un sedile. Corpi sanguinanti. Teste scapigliate, magari proprio di chi tiene al fatto di essere sempre ordinato, senza mai un capello fuori posto. Lì invece passa tutto in secondo piano e non ti preoccupi più delle scarpe pulite, dei capelli pettinati, cerchi solo di salvarti e ti ritrovi nell’umiliazione più totale mentre appari a gente sconosciuta nel modo che più vorresti tenere lontano da te durante lo scorrere delle giornate.

Dopo un ‘oretta buona finalmente iniziavamo a muoverci. Non mi trovavo poi così distante dal luogo dell’accaduto, ma ormai non v’era più traccia di qualsiasi evento possa essere successo. Ormai solo gente arrabbiata di aver perso tempo. E chissà se hanno avuto ragione loro a spazientirsi perché comunque non c’era poi così motivo di bloccare tutto o se la ragione stava dalla mia parte che mi preoccupavo di morti o feriti. Fatto sta che lì ormai non v’era nulla. E le tracce sono l’unica cosa tangibile di un passato vissuto, senza quelle nella memoria vige il vuoto.

Tornato a casa quella sera mia moglie vide in me uno sguardo strano. Probabilmente era dato dalle innumerevoli considerazioni e sensazioni delle ultime ore. Non mi andava di parlare.

_ cosa c’è? Ti è tornata l’ossessione?

Dopo aver smesso di fare psicanalisi, quindi già molti anni fa, io non proferii più parola all’esterno di me dei pensieri relativi alla mia origine, questo proprio perché ritenevo fosse un problema prettamente mio, ma soprattutto volevo essere una persona il più normale possibile, anche agli occhi della mia famiglia. Ma mia moglie mi conobbe troppo presto, troppo ravvicinato quel momento al suo incontro e all’inizio non ebbi tutte le premure che mi feci poi negli ultimi anni. E allora quando mi vede con lo sguardo fisso nel vuoto riconosce rispecchiato quello stesso vuoto che contraddistingue parte della mia vita (o non vita?), e si spaventa. Ma a me la cosa ormai infastidisce soltanto, perché sento ancora di più la lontananza delle persone nel momento in cui non vengo compreso.

_non ho niente, ho semplicemente assistito ad un incidente e sono un po’ scosso.

Ma di quale incidente stavo parlando? Quello del ragazzino o quello immaginato?

_deve essere stato un gran brutto incidente per averti così turbato…

_ma no, non sono turbato!

Che idiota che sono alle volte! Mi sarebbe bastato dirle che in effetti ero molto turbato, che aveva ragione, che era stato così tremendo assistere a quell’incidente che in quel momento avevo solo voglia di sdraiarmi e me ne sarei potuto andare senza cenare e senza parlare. Invece così la indispettii, e la tortura durò tutta la sera…

_tu mi nascondi qualcosa! È evidente che sei turbato, hai il viso pallido e gli occhi stralunati! Allora! O ti è successo qualcosa di cui non mi vuoi parlare o ti è tornata l’ossessione!

L’ossessione come la denomina lei, in realtà non mi è mai passata… quanto mi infastidisce la stupidità. Come può pensare che quell’ “ossessione” passi e se ne vada! Il fatto che il più delle volte io cerchi di condurre una vita normale non denota la negazione, anzi ne è una caratteristica intrinseca! ma come fa a non capire?

Irritato le dissi la cosa peggiore che potevo dirle e quanto mi pentii di quella dichiarazione! Mi ci vollero mesi per ristabilire l’ordine!

_va bene, lo vuoi sapere? Inizio a nutrire dei dubbi sul nostro matrimonio! Mi sento soffocare, non riesco a sentirmi libero! E tu che fai? Invece di aiutarmi mi assali e devi scavare, scavare e scavare…sempre! Non ne posso più di queste insinuazioni! Sono stanco!

Dio mio cosa avevo fatto! Mentre parlavo ricordo che era come se le parole mi uscissero così, senza passare dal filtro della ragione , ma solo da quello della follia! La mia bocca era sulla mia faccia, non v’è dubbio, ma la voce la sentivo echeggiare da lontano come se in realtà io fossi stato in un’altra stanza e stessi assistendo ad un litigio tra marito e moglie, ma non di certo al mio! In quale parte mi stavo cimentando questa volta?

Non credevo ad una sola parola di quello che stavo dicendo. Non è mai stato un matrimonio idilliaco il mio, ma per lo meno, mi ha permesso di fare passare le giornate della mia esistenza senza sentirmi troppo solo, anche solo fosse a livello pratico. Quindi era un assurdo quel discorso perché presupponeva un passato (di vita matrimoniale) felice e certo, se ora riuscivo a nutrire dubbi.

Lei iniziò già a metà del mio breve monologo a cambiare espressione in viso. Prima risultava adirato, teso e prepotente, poi divenne delusione, depressione scavata nel profondo delle sue emozioni per me. Si mise la mano davanti alla bocca semiaperta, le dita lunghe arrivarono a toccare la punta del naso piccolo e appuntito e poi disse ciò che meno potevo aspettarmi.

_bene, se questo è quello che pensi vai via già questa sera. Trovati una stanza d’albergo e stacci finché non ti sentirai libero! E finché non tornerai ad essere sicuro di quello che provi per me!

Sicuro…ma di cosa? Avevo inscenato un bel dramma… mi sentivo un inadeguato. Inadeguato al ruolo che quella sera per caso mi ero messo ad inscenare…

Nel giro di pochi minuti, non so neanch’io come, mi ritrovai alla porta con una valigia, di dimensioni ridotte fortunatamente, presagio di un lasso di tempo breve.

_ chiama quando vuoi vedere i bambini.

E mi chiuse la porta in faccia come si fa ai rappresentanti di prodotti che suonano al campanello alle otto della mattina di domenica.

Mi ritrovai in piedi davanti alla mia auto, mentre davo le spalle alla porta di casa chiusa, con le braccia incrociate che tenevano stretta la valigetta.

Presi il manico per la mano per cercare con l’altra le chiavi, convinto che fossero nella giacca, poi un’immagine netta: chiave della macchina appoggiata sul tavolino di legno del salotto.

Di suonare proprio non mi andava. Mia moglie ancora non aveva chiuso a chiave; si accese la luce del secondo piano dove c’era la nostra (ex?) camera da letto, probabilmente se ne era andata su per la fretta di liquidarmi e non respirare l’aria che avevo appena respirato io. Ne approfittai e girai lentamente il pomello della porta. Ero curvo come a voler nascondere la mia mole. Con in mano la valigia e in punta di piedi avanzai verso il salotto, dopo aver superato l’ingresso quando ad un tratto sentii Papà! Mia figlia a quest’ora? Cosa ci faceva lì?

_Papà cosa fai? Con la solita voce acuta tutt’altro che sintomo di discrezione.

Io mi misi il dito davanti alla bocca facendole segno di tacere e le dissi sottovoce _papà sta giocando a nascondino con la mamma, non farmi scoprire e vai a letto che è tardi.

La bambina mi osservò con quegli occhi troppo grandi per quel viso così piccolo e come a voler farmi intendere che non se l’era bevuta, si girò con sufficienza e tornò alla sua vita di un attimo prima.

Presi in fretta le chiavi e fuggii come se quella non fosse stata mai casa mia.

Quella notte la passai in una stanza di un albergo a tre stelle. Mi sentivo infreddolito nonostante la temperatura alta dei termosifoni. Le pareti erano tappezzate di un colore grigio e il letto dava sul marroncino, mentre le fodere dei cuscini, riposti sopra il lenzuolo ripiegato, erano bianche. Mi sentivo nel posto sbagliato, ma non mi stupii di questa sensazione, peraltro non nuova. Ho aperto la valigia con un atteggiamento vittimistico nei confronti di me stesso. Mi accorsi di non essermi preso neppure un pigiama. Non mi svestii. Sono stato tutta la notte davanti alla finestra che dava sulla strada colorata di una luce arancione proveniente dal lampione posizionato proprio limitrofo alla mia stanza dall’esterno. Non c’era anima viva. Ricordo che aspettavo con ansia un movimento, una persona passare, un animale sbucare da un angolo, ma niente. Mi sono sentito nel vuoto più totale è ho pensato che forse la mia vita era stata così prima di quel giorno d’inverno lontano. Se non ne avevo il ricordo, come poteva essere reale? La realtà è quindi qualcosa di tangibile o è solo sedimento nella nostra testa? Per me la mia realtà è iniziata poco più che vent’enne…

Ma nulla poteva avere di simile a quel periodo di cui non ho memoria, perché lì ero attorniato da vuoto, rispetto a quel periodo invece ero io stesso vuoto.

I pensieri mi assillarono ininterrottamente e in tutto questo mai mi venne da pensare a cosa avrei potuto fare per tornare a casa.

Iniziò ad albeggiare e fu allora che iniziai a sentire il sonno. Mi coricai sul letto e chiusi gli occhi. Mi sembrava di sprofondare in uno di quei sonni profondi che caratterizzano la mia esistenza. Il corpo iniziò a sentirsi più inconsistente, le palpebre non ubbidivano ai comandi del cervello, non potevo fare altro che addormentarmi. Quando mi svegliai era già giorno. Il sole arrivò ad irradiare i miei piedi con indosso ancora le scarpe. Mi portai le mani sugli occhi e li strofinai un poco come a voler togliermi di dosso quella sonnolenza che persisteva. Quando aprii gli occhi vidi per un secondo sdoppiato e, ancora insonnolito, mi stupii di trovarmi in una stanza sconosciuta. Il panico mi abbrancò la gola, era come un’esperienza già vissuta e il mio corpo non riusciva a tollerare quella sensazione. Mi alzai dal letto quasi con un salto e guardai giù dalla finestra e mi sovvenne il ricordo… la strada arancione della sera prima era diventata chiara, di una luce più naturale. Per la strada un via vai di gente, cani al guinzaglio, macchine bloccate nel traffico. Sospirai e gioii di quella realtà conseguenza di un passato che possedevo.

Guardai l’ora, erano già le sette e mezza. Corsi in fabbrica. Telefonai più volte a casa quel giorno, volevo fare dimenticare a mia moglie le cose dette la sera prima. Ma lei ne custodiva il ricordo e io feci davvero di tutto per farmi perdonare. Alla fine non ci volle poi molto, tornai a casa che i bambini non avevano neppure realizzato la mia assenza.

Ma quella situazione mi appesantì notevolmente nelle giornate seguenti.

Il mio segreto sembrava avesse ricevuto delle minacce ed io per proteggerlo avevo dovuto creare tutta una situazione per quale poi avrei dovuto trovare un rimedio. Un dispendio energetico troppo alto. Pensai seriamente all’eventualità di divorziare. Forse la mia situazione era troppo delicata, era troppo pregnante per poter continuare a fingere una vita normale. O forse più che altro avrei dovuto rinunciare a questa parte di normalità nella mia vita, perché non contemplata ontologicamente, e dedicarmi solo alla risoluzione del mio enigma. Quando ero più giovane pensavo che quando sarei stato più vecchio quel ricordo sarebbe svanito, quel vuoto si sarebbe allontanato, ed invece mi accorgo che più invecchio più questa dimensione mi avvicina a quella sensazione. Forse avrei dovuto diventare una sorta di ascetico, ma mi manca il coraggio, ancora oggi.

Mia moglie, dalla sua, forse ebbe compassione per questo povero pazzo ed evitò di farmi troppe domande dopo quella sfuriata di quella sera. Ma la sensazione di pesantezza non mi ha abbandonato. Si è duplicata. Forse questo è il mio gesto estremo. Questa ricerca di comprensione metodica, realizzata da me e solo da me stesso.

In passato i rapporti in famiglia sono sempre stati neutrali. Ricordo singoli avvenimenti un po’ più significativi di altri, ma che poi a ben vedere confluiscono sempre su di me. Ad esempio un giorno portai mio figlio, più piccolo, ai giardini e mentre lui giocava io incappai in un barbone che mi risvegliò sensazioni, come dire, ancestrali. Iniziai a lavorare di fantasia. Pensai che poteva essere probabile che quel vecchio mi avesse visto prima del mio ricordo. Continuava a fissarmi in un modo ossessivo. Aveva una lunga barba e capelli arruffati. Indossava un giaccone, preso probabilmente da qualche associazione per senza tetto. Una volta deve essere stato un giubbotto di marca. Teneva tra le mani una bottiglia di birra, l’altra la teneva penzoloni lungo le gambe fasciate in una tuta scura, che dava l’idea di essere stata originata in un colore chiaro.

Distava da me di almeno una decina di metri, ma continuava a fissarmi. Io lo guardavo, e cercavo di interpretare le mie emozioni. Cosa potevano essere? Una sensazione di familiarità… nei confronti di uno sconosciuto? Di un barbone? Quella gente si sa, non ha passato né futuro. Decidono di vivere, o sono obbligati, il che non è poi differente, in un mondo che non accettano o che non capiscono, ma non vogliono farne a meno, o non possono, anche qui non fa differenza, e il risultato è una specie di rifiuto manifestatamente evidente. Ma come poteva un uomo che non aveva passato, dare a me una sensazione di passato?

Mio figlio mi chiamò proprio nel momento in cui percepii un movimento del vecchio nei miei confronti. Forse voleva venire a dirmi che ero quel pazzo che, non so, trent’anni fa strangolò la sua famiglia e venne rinchiuso finché non scappò e non incontrò lui, questo vecchio barbone, e girammo insieme notte e giorno, e scappammo, fino a che non mi presero di nuovo e mi usarono per esperimenti sulla memoria. Ma mio figlio mi chiamò. E quando mi girai del barbone non v’era più traccia. Chiesi in giro se qualcuno l’avesse visto, e delle persone mi risposero di si, che chiedeva l’elemosina, ma che se n’era andato. E io non lo rividi più.

Rimasi incerto tutto il giorno, mio figlio mi fece da genitore. Mi prese per mano e mi fece fare tutti quei gesti doverosi per tornare a casa. Attraversare la strada. Andare all’auto e guidare. E io feci tutto questo in maniera talmente indotta che non ricordo nemmeno perfettamente i luoghi che passai per arrivare a casa. La mia mente si era eclissata.

E purtroppo non era la prima volta che mi capitava di eclissarmi quand’ero in compagnia dei miei figli. Non mi sento proprio un padre modello. Forse non mi sento neppure un padre.

Quando sono in giro, per strade, locali, piazze, il mio pensiero è comunque sempre rivolto a quel momento buio della mia vita. Anche se non voglio. La vita che faccio non è altro che una scenetta sul palco del teatro della mia mente. E questo che io lo voglia o no .

Una volta ero al supermercato con entrambi i miei figli. Stavamo facendo i regali di natale. Ad un tratto la mia curiosità fu ammaliata da un pupazzo che voleva essere la riproduzione di un babbo natale. Io guardai. Osservai schiere di bambini che fissavano come me quel pupazzo. Allora mi misi ad osservare i bambini. Sono così istintivi, forse loro provavano le stesse mie sensazioni davanti ad un personaggio inventato che gli si mostrava davanti con tutta l’arroganza del realismo. Era fatto davvero bene. Sembrava umano, tant’è che ad un certo momento mi son detto se davvero non ci fosse qualcuno al posto di quella specie di manichino. Alcuni bambini erano positivamente meravigliati, forse quelli che più di tutti credono alle favole, e non si lasciano intaccare dalla brutalità della realtà. Altri erano terrorizzati. Questi, secondo me, erano più coscienti della finzione e si mostravano evidentemente preoccupati per il fatto che un personaggio di fantasia fosse lì davanti ai loro occhi minacciando la loro verità tangibile. Durante queste mie riflessioni persi di vista i miei figli. Prima ancora rimasi un uomo di cinquant’anni solo, dal momento che la mia prole era sparita senza che me ne accorgessi, incantato davanti a figure di bambini. I genitori iniziarono a lanciarsi occhiatine e lanciare fulmini a me che ancora non realizzavo. Vedevo solo un po’ più di trambusto intorno a me. Poi ad un tratto realizzai, nel momento in cui una guardia del supermercato mi toccò il braccio. Ero in mezzo a quel piano, tra giocattoli per bambini, solo, fasciato in un cappottone lungo. Immobile ad osservare bambini. Quali discriminazioni! Fossi stato un personaggio famoso, un pittore, uno scrittore, nessuno si sarebbe meravigliato di quel gesto e avrebbero semplicemente pensato che ero in trance a causa della mia vena creativa e che da lì ne sarebbe scaturita qualche mia opera, e allora si, figurati se i genitori si sarebbero affrettati a nascondere i loro figli dalla mia vista. Mi avrebbero pregato in ginocchio di continuare ad osservarli se poi si fossero ritrovati in qualche modo in qualche mio risultato creativo ambito.

Invece ero solo un povero disgraziato in mezzo ad un negozio enorme di giocattoli. Circuito da sguardi incerti e mal pensanti.

Lo scossone della guardia mi precipitò nella più assurda realizzazione di me stesso e nella più profonda indignazione.

_cosa sta facendo?

_come cosa sto facendo?ho accompagnato i miei figli a comprare regali di natale!

Ma che modi! Senza neppure un saluto!

_ah si? E dove sarebbero i suoi figli?

Affondai nella disperazione più cupa quando mi volsi e rivolsi e non vidi i bambini. Dove erano? Mia moglie mi avrebbe ucciso!

_oddio! No guardi erano qua!

_si certo e io sono babbo natale…

_ a me non importa chi lei sia! Mi faccia il favore di aiutarmi a cercarli visto che viene pagato anche per questo immagino!

_ma lei come si permette! Sono stato chiamato da varie persone che l’hanno segnalata per i suoi comportamenti inopportuni…

come potevo rendermi credibile? Ormai ero etichettato come cattiva persona! Ed intanto i miei figli chissà di quanto si stavano allontanando.

_venga con me! E mi prese per un braccio. E con quale arroganza…

_io non vengo proprio da nessuna parte! Devo cercare i miei figli!

E mi slegai dal suo braccio e incominciai a frugare dietro gli scaffali e i pupazzi di dimensioni umane. La guardia prese quella sorta di walky talky dalla cintura e cominciò preoccupato a chiamare rinforzi. Io intanto cercavo all’impazzata e succedeva che dove mi accostavo, si creava intorno a me un vuoto. Le persone prendevano in braccio i loro bambini, mi lanciavano sguardi misti a schifo e terrore. Intanto io cercavo e non trovavo e il panico dentro me cresceva a dismisura.

Arrivarono altre due guardie. Uno di loro era davvero gigantesco. Sarà stato alto pochi centimetri in meno dei due metri. Ben piazzato, i suoi muscoli sembrava volessero venir fuori con forza spropositata da quella camicia blu. Mi afferrò per il braccio e mi disse di andare con lui senza possibilità di ribellarmi. Se mi avesse tirato un pugno mi avrebbe spaccato penso quasi tutte le ossa del viso. La dimensione della sua mano mi sembrava superasse il diametro della mia faccia. Intanto continuavo a dire, senza però mostrare resistenza fisica a questo punto, che avevo perso i miei bambini. L’omone, senza mai rivolgersi neanche per un attimo verso di me, ma guardando sempre davanti a lui, mi chiese i loro nomi ed io ricordo che ero talmente in uno stato confusionale che non mi sovvennero. Mi sentivo come rimpicciolito, con le spalle ritratte verso l’interno e le gambe tremanti e intanto riuscivo solo a farfugliare…mia moglie, mia moglie…sono morto.

Mi ritrovai in uno stanzino con una scrivania e dei quadretti ai muri. Fui solo per un paio di minuti, penso che aspettassero il direttore. La guardia era fuori dalla porta vetrata e continuava a guardare fisso davanti a lui.

Io sudavo freddo. Ero seduto su una seggiola di ferro. Davanti a me sul muro erano inquadrate delle pubblicità di prodotti molto vecchi. Prodotti per bambini. Era una congiura. Di lato, meno male, quadretti inquadranti pubblicità di sughi di pomodoro. Era la prima volta che ero così contento di guardare fotografie di vasetti di sugo.

Sulla scrivania c’erano alcuni fogli sparsi, delle penne e un portafotografie che io da quella posizione potevo solo immaginare quello che contenesse. E mi immaginai due facce di fanciulli, con i capelli bagnati, e il mare da sfondo.

Sentii la porta aprirsi.

-buon giorno.

_salve, guardi è tutto un equivoco e intanto ho perso i miei figli. Posso fare una telefonata?

Non so esattamente chi volessi chiamare, forse mia moglie, forse il mio avvocato…

_le telefonate dopo, ora mi racconti con calma.

Non avevo proprio scelta.

_allora, stamattina mia moglie mi ha chiesto di portare i bambini, ne abbiamo due, al supermercato per comprare loro i regali di natale, che lei non poteva , doveva andare ad aiutare sua madre a fare la spesa per il pranzo della vigilia. Allora io, controvoglia, lo ammetto, perché avevo voglia di starmene a casa in pantofole tutto il giorno considerato che sono in ferie dal lavoro, mi sono preparato. Mia moglie ha portato i bambini nella macchina e ci siamo incamminati verso questo negozio. Ora, io ero in quel piano mentre questi figlioli si stavano guardando in giro per comprarsi i giocattoli. Poi ho visto quel pupazzo che avete messo in mezzo al piano, non mi prenda per matto, ma ho iniziato a fissarlo perché mi stava suggestionando e allora…

in quel momento si sentì bussare e mi volsi col busto e il viso tenendo le braccia sul poggi mano della sedia, rivolte ancora verso il direttore. Non vidi niente a parte l’omone. Ma al di sotto del confine tra la vetrata trasparente della porta e la parte nascosta con quelle specie di carta vetro che si usa mettere per nascondere la visuale, quando la porta si aprì vidi che c’erano i bambini che probabilmente avevano appena smesso di piangere perché avevano gli occhi gonfi e il viso asciutto ma con quella sensazione di salato, e le guance paonazze. Si avvinghiarono a me non appena mi videro e io li abbracciai. Quasi mi scese una lacrima. Forse per lo shock, forse per il rilassamento di fronte a quelle figure piccole che sancivano la mia salvezza. Il direttore e l’omone assistettero alla scena con disgusto macerato nei confronti non tanto miei, ma di un padre che è così irresponsabile rispetto ai figli. Quando ci fu più calma, iniziai ad alzarmi e presi per le mani i fanciulli. Il direttore mi gettò un’occhiata fulminea poi non mi degnò più di alcuno sguardo come per non sporcarsi la vista. Passai accanto al gigante che in quell’istante mi squadrò dall’alto al basso e quando lo sorpassai mi disse da dietro di stare più attento la prossima volta.

Io pensai che non ci sarebbe mai stata una prossima volta.

Dovetti passare per il piano oggetto di scandalo, c’era stato un ricambio di gente e in quel momento divenni nuovamente un padre amorevole che portava con sé i suoi figli per acquistare regali di natale.

Due anni fa ebbi un incidente a causa delle mie continue distrazioni. Mi trovavo per le strade della città, da solo. Erano all’incirca le sei del pomeriggio di un giorno sereno di fine dicembre. A quell’ora, in quel periodo era già buio. I lampioni erano già accesi, le macchine avevano gli anabbaglianti accesi. Il traffico era al solito intenso. Io ero distratto dalla meraviglia di cosa avevo appena visto. Mi ero fermato sopra un ponte a mirare il tramonto che con quel suo colore sfumato, sembrava camminare sulle acque. Mi fermai per tutto il tempo ed osservavo, avendo come punto di riferimento un campanile, lo svolgersi del tramonto. Il mio occhio poteva distinguere i lievi ma continui cambiamenti del cielo. Il sole ancora visibile che iniziava ad attorniarsi di luce arancione, il rosso vivo nel momento in cui il sole veniva nascosto dai promontori lontani, ma vicini in linea d’aria al mio campanile. Lo sbiadire del rosso per diventare di una tinta indefinibile, il fiume che seguiva attentamente il modificarsi dei colori per riprodurli in tempo reale. Rimasi immobile appoggiato al muretto del ponte per ancora un’oretta. Poi iniziai ad incamminarmi per andare a bere un aperitivo in un bar prima di rincasare. C’era davvero molto traffico. Ricordo un vespaio di luci accese. Ad un tratto vidi una persona che conoscevo dall’altra parte della strada, sul marciapiede opposto al mio. Mi salutò da lontano e siccome stava entrando in un bar lì vicino a lui mi fece segno di andare con lui. Dal momento che comunque avevo già deciso che sarei andato a bere, tanto più mi affrettai quando vidi quel conoscente, mi diede una motivazione in più. Mi soffermai a guardare dove si trovava il semaforo rispetto a me e per la voglia che ne avevo era fin troppo lontano. Mi gettai letteralmente tra le macchine bloccate del centro. Sorpassai una fila di una corsia poi guardai, arrivato adiacente alla riga di mezzeria, dalla parte opposta, un po’ per istinto perché quando le strade sono più libere ti volti dalla parte da dove sai che arrivano i veicoli. Feci l’errore. Una motocicletta mi travolse. Era della corsia che avevo appena superata. Sentii le gambe spezzarsi. Il busto cadere a terra, la testa ciondolare fino al tramortimento. Persi conoscenza per poco tempo. Mi risvegliai in un trambusto generale. Decine di persone intorno a me, terrorizzate. Un uomo mi teneva la testa e continuava a chiedermi cose. Io non capivo dove fossi. Mi guardavo intorno e tutto girava. Avevo un fortissimo senso di nausea. E volevo sprofondare. Mi sembrava di dire qualcosa, ma dalla molteplicità delle domande ripetute evidentemente non usciva alcun suono dalla mia bocca. Continuavo a vedere buio e luce ad intermittenza. Poi sentii il suono dell’ambulanze. La polizia. Il traffico congestionato si mummificò a causa mia. Arrivarono uomini con divise fluorescenti che mi sollevarono tenendomi ogni parte del corpo, o per lo meno questa fu la mia sensazione. Mi sentivo sollevato in maniera perfettamente omogenea rispetto a tutto il mio corpo. Mi guardai i piedi per accertarmi di avere ancora le scarpe indosso. Fui trasportato in barella sull’ambulanza. Un’esperienza traumatizzante. Tu sei lì dentro, senti tutto muoversi mentre sei semi legato in una lettiga, e ti senti di essere messo in senso contrario a quello di marcia. Io che non solo in treno, ma anche se mi capita di prendere l’autobus devo sempre sedermi nei posti direzionati nell’andatura del mezzo. E invece mi trovavo lì, come un sacco di patate ammuffite, con flebo già attaccate al braccio senza che mi accorgessi neanche del momento in cui mi vennero messe. E mi ritrovavo a guardare il soffitto di quell’ambulanza e avevo ripugnanza per il mio stato inerte, il tutto amplificato dalla nausea che straordinariamente andava aumentando. Poi il rumore assordante, anch’esso complice dell’aumento di nausea. Le gambe mi doloravano troppo, gemevo come un mammifero che durante la caccia viene colpito quasi mortalmente, ma che purtroppo rimane vivo agonizzante. E geme. E geme, perché non può bestemmiare. E io bestemmiavo e forte. Ma probabilmente la mia voce riproduceva solo lamenti. Arrivati all’ospedale mi portarono in sala operatoria. Io continuavo a fissare il soffitto in movimento. Le luci non confinate, ma dilungate dalla velocità della barella che veniva trasportata con la massima fretta. Poi medici con guanti e camici e mascherine, poi il nulla. I miei occhi si chiusero.

Mi risvegliai in un letto che non era il mio. Una stanza sconosciuta, l’ansia mi pervase. Ad un tratto si aprì la porta e c’era mia moglie che veniva incontro al mio letto.

_come stai? Ci hai fatto prendere un bello spavento…

io ero ancora un po’ addormentato , e al contempo in uno stato d’ansia. La riconobbi, ma non ne ebbi sollievo. Mi sentivo spaesato e questo non mi piaceva affatto.

_i medici hanno detto che tra una quindicina di giorni potrai di nuovo tornare a casa.

Volevo spiegazioni. Non mi interessava il futuro, volevo capire il passato.

_cosa è successo?

In quel momento non ricordavo nulla, e più mi sforzavo più aumentava l’ansia e proporzionalmente non ricordavo.

_hai avuto un incidente ieri, una moto ti ha investito.

Vidi la luce. Mi rilassai, ricordai il tramonto. Possedevo il mio passato.

_ora ricordo. Volevo andare a prendere un aperitivo. Mi invase un senso profondo di autocommiserazione talmente grande che mi scesero le lacrime agli occhi. La sciocchezza di mia moglie riuscì a tramutare quell’umiliazione in rabbia, e quasi la ringrazio…

_bé su, non fare così… appena ti rimetti in sesto ti ci accompagno io a prendere l’aperitivo. Ed ebbe una risata talmente sgraziata che le fece scivolare la testa all’indietro e potei contare lucidamente tutte le otturazioni che aveva nella parte superiore della bocca.

_lasciami in pace ora, sono stanco.

_e che modi sono questi? Non si può più dire niente! Guarda che sono stata in piedi tutta la notte per colpa tua! Hai avuto un’emorragia interna e ti hanno tenuto sotto i ferri per molte ore!

A quel punto della sua risata non rimaneva più nessuna traccia. Ora i suoi occhi si bagnavano.

Mi pentii della reazione brusca, anche se a tutt’oggi se ci penso, non penso avrei potuto fare diversamente…

_scusa, è che sono stanco e frastornato. Mi spiace che tu ti sia preoccupata…

ora doveva farmi sentire un po’ in colpa quindi fece la persona comprensiva, mi disse che non faceva niente e con mielosa dolcezza mi accarezzò la fronte e mi disse con occhi ancora brillanti che sarebbe andata via ma che verso sera sarebbe tornata. Mi diede un bacio sulla guancia, si girò e senza più voltarsi aprì la porta, la oltrepassò e la chiuse. I rumori della stanza si annientarono. Vigeva il nulla. Nella mia testa disperazione e rabbia.

La mia disperazione aumentò nel momento in cui, prima solo, mi venne affibbiato un compagno di stanza.

Si trattava di un uomo vecchio. Fu portato in barella, poi, aiutato da due infermieri, venne messo sopra il letto. Non era in grado di far alcun movimento e gli infermieri dovettero prendere i suoi piedi, alzarli con tutte le gambe e riporle sotto la coperta. Poi gli fu messa la testa sui cuscini e fu lasciato lì. Rimase immobile per non so quantificare quanto tempo. Lo guardai ininterrottamente.

Il suo unico movimento impercettibile consisteva nel far ondeggiare lievemente l’addome con la sua respirazione lenta. Gli occhi li teneva continuamente chiusi, forse per non guardarsi o per cercare di negare l’inevitabile tracollo del suo corpo. Forse dentro di sé cercava di ricostruirsi un corpo giovane, forte, virile. Forse pensava a delle donne, alle donne che aveva avuto o a quella che non aveva avuto , ma che in quel momento era sua, tra le sue braccia muscolose e forti, con le vene che gli escono un poco, segno distintivo di potenza virile. E lui che le accarezza i capelli, e lei che lo guarda con degli occhi grandi e castani, profondi. Occhi che lo guardano come se non avessero mai visto altro e che lo idolatrano. Lui che fiero e potente non la lascia nemmeno per un attimo, la stringe con forza quasi a farle male, segno di protezione. Tutta la protezione del mondo in quel gesto. Come se con quel gesto si potessero evitare delle disgrazie. Al sicuro per sempre. E allora, se aprisse gli occhi… vedrebbe un vecchio. Un corpo che non corrisponde in nessun modo a quello che lui vorrebbe percepire di sé. Vedrebbe un pigiama a strisce, inconfondibile caratteristica di malattia. Vedrebbe rughe profonde come voragini in ogni parte del corpo. Poi le braccia,secche e raggrinzite, con peluria disordinata, vene stanche di stare lì a far circolare sangue malato. Mani macchiate dai giorni vissuti a sognare donne che lo amassero, a sognare quella donna con quello sguardo. Morirà così, qualche giorno dopo, senza mai aver più riaperto gli occhi. Morirà giovane con una donna tra le braccia.

La morte. Bel concetto. Qualche anno fa ebbi un’esperienza a riguardo. Un funerale. Rito religioso. Mio suocero. Non era troppo anziano, ma il corpo era decadente già da un pezzo quando ebbe l’ultimo respiro. Si reggeva in piedi con l’aiuto di un bastone e aveva i capelli grigi e bianchi semi lunghi ai lati con calvizie persistente sopra. Le sopracciglia spesse e scapigliate che nascondevano quasi gli occhi piccoli, verde-grigiastro, incavati e timidi.

Aveva una gobba tipica di chi negli anni giovani, ha fatto lavori pesanti. Trasportato sacchi sulla schiena. Ma era alto, e magro, e quella schiena storta era ancora più evidente. Non parlava quasi mai e se lo faceva, più che parlare borbottava. Le rughe intorno alla bocca scendevano verso il basso. Ogni volta che lo guardavo pensavo che doveva aver riso davvero molto poco durante la sua vita. Morì di stenti, trascinato da una malattia che sembrava non volergli mai concedere il colpo di grazia. Morì nel suo letto di casa con le mani giunte sull’addome. Gli occhi semi aperti e la bocca socchiusa per l’ultimo sibilo che emanò.

Mia moglie entrò nella stanza con già un fazzoletto alla bocca, tremante. Io la seguivo. Quella stanza era straordinariamente lucente, nonostante la persiane abbassate. Tende colorate, azzurre, così tanto da sfiorare la fluorescenza. Mobilia moderna, colori glaciali, ma accesi. Tappeto al bordo del letto di un blu elettrico. Una piantana di forma geometrica irregolare si dipanava da terra e illuminava il morto fasciato in un completo antico. Mia suocera ai piedi del letto , in ginocchio, distesa per la metà superiore del corpo sul marito. Mia moglie la prese per un braccio e la fece lentamente sollevare. La signora si oppose per un po’ poi si lasciò trasportare. La portò fuori, per farle prendere dell’aria. Rimasi il solo vivo in quella stanza. Non mi avvicinai troppo al cadavere, ma lo guardai da lontano. Sembrava tranquillo. La morte deve averlo sollevato. Come si può cambiare l’immagine quando oltrepassi quella linea sottile tra l’esistere o il non esistere… da vivo era un uomo che scaturiva tristezza, quasi depressione e ti chiedevi come una persona possa vivere per anni, per l’intera esistenza in quello stato. Poi pensavo… forse nei suoi pensieri la realtà non era così deprimente come uno spettatore esterno, solo filtrando dai suoi occhi, potrebbe pensare. Forse era il suo solo modo di vivere. Intrappolato dal sapore della morte dalla nascita, senza via di fuga. Intrappolato dalla sua stessa coscienza. E allora nel momento in cui quell’attesa si risolve egli si solleva. Ogni dubbio si scioglie e smette di esistere il condurre una vita che non ha chiesto di vivere, ma che non aveva il coraggio di interrompere. Lo guardavo fissamente e constatavo come paradossalmente ora aveva trovato la sua dimensione. La sua verità altro non era che la morte. E chi l’ha mai detto che bisogna gioire di vivere? Una persona, come il cadavere astante, poteva gioire nel tornare da dove era venuto, non trovando alcun senso nell’esistere, e allora la sua dimensione era quella… stare fermo, immobile, senza respiro, senza battito, senza l’odore della morte, lui stesso lo era. Ero l’unico a felicitarmi per lui della sua conquista. Ma sarei passato per un cinico arrogante se avessi mostrato sincerità e fu così che mi feci scendere una lacrima dagli occhi, pensando alla mia condizione esistenziale, e bramando che qualcuno, meglio se mia moglie, arrivasse e mi trovasse commosso.

Il giorno seguente fu senza dubbio uno spettacolo tragico esponenziale. Tutti erano addolorati. Perfino gente che sapevo non adorare mio suocero per il suo carattere burbero. Ma quel giorno era obbligatorio mostrarsi dispiaciuti. Io ho potuto pensare in quell’occasione che le persone si mostrano affrante sempre davanti alla morte degli altri perchè è l’unico momento della loro vita in cui toccano con mano la loro stessa immortalità, anche se rimane il pensiero recondito che comunque…a me non accadrà mai

È stato una sorta di cerimonia in cui ognuno aveva un ruolo preciso prestabilito, seppur non ci sia stato nessun corso di addestramento preventivo. La bara fu trasportata dalla casa alla chiesa. Una fila di macchine scure, anche quelle gialle, scure, con volti cupi all’interno, che seguivano quella macchina lunghissima. La gente che sui marciapiedi si faceva il segno della croce con un rispetto reverenziale nei confronti del signor morto o della signora Morte. Ragazzini su scooter parcheggiati che se la chiacchierano, passano le giornate così, a raccontarsi una miriade di sciocchezze che li gonfiano e li mandano fieri a casa. Quelli, più spudorati e spavaldi, che toccano senza discrezione alcuna qualsiasi oggetto di ferro che gli capiti sotto tiro. È una sorta di affronto… siamo dei giovani noi, e abbiamo molti anni davanti a noi…che dio li abbia in gloria.

Arrivati davanti alla chiesa, mesti e sfiancati dal peso dell’ avvenimento, parcheggiamo e ci incamminiamo verso l’auto che contiene la bara. Una schiera di uomini ben vestiti si mettono all’azione. Prendono la cassa dai lati e la ripongono sulla spalla. File di parenti e “amici” seguono gli uomini, guardando rigorosamente verso il basso. Teste chine, occhiali da sole in un giorno coperto. Io ero al fondo della fila e entrai in chiesa posizionandomi comunque nelle prime panche vicino a mia moglie.

La cassa in mezzo. La funzione fu lunga, il prete pedante. La benedizione della cassa fu il momento in cui più di tutti si sentì un moto di commozione generale. Evidentemente sanciva la fine. Io pensavo…se mio suocero potesse assistere a questa scena, sarebbe la prima volta che lo vedrei farsi una grassa risata. Non era un religioso. Lui non credeva in niente e questo crea quel tipo di depressione. Il non credere e vedere lucidamente che la tua vita altro non è che un segmento in mezzo al nulla e tu che devi per forza essere felice perché essere triste, che è poi la condizione ottimale, ti fa sentire diverso. Diverso da tutto il resto della popolazione che rincorre per tutta l’esistenza la chimera della felicità, credendo che le spetti di diritto nel momento in cui emisero il primo vagito vicino alle gambe aperte della madre. E invece lui no . Lui sapeva di essere e basta e questo non gli bastava per alleviare il suo male, il vivere. Quello doveva essere un giorno di festa, un giorno in cui la gente che asseriva di volergli bene doveva rallegrarsi. E non scomodare la tragedia romana con tanto di riti insulsi per colui che doveva essere il protagonista. Ai funerali i protagonisti sono i rimanenti vivi e non il morto.

In quell’occasione pensai che forse la mia fine sarebbe stata perdere la memoria. E anche per me sarebbe stato iniziare senza ricordare e finire perché non ne sarei stato più capace. Mi sentivo vicino a mio suocero. Non abbiamo scambiato molte parole in tutti gli anni di conoscenza , ma negli sguardi che ci scambiavamo era presente la sintonia. Era presente la comprensione al di sopra della gretta superficialità evanescente. La semplicissima comprensione di non comprendere.

Ricordo una sola volta in cui stemmo insieme per due ore consecutive da soli. Ci trovavamo in una cittadina sul mare, eravamo tutti insieme in vacanza. Un pomeriggio riuscimmo a disfarci di tutte le nostre donne, il figlio maschio più piccolo ancora non c’era.

Arrivammo con la macchina in un parcheggio ampio, troppo ampio per una città così piccola. Dava sul mare. Era una giornata di sole ma non afosa. Sembrava essere la temperatura ideale per un corpo sui trentasei gradi. C’erano silenzi lunghissimi. Ma eravamo in pace. Nessuno si sentiva in obbligo di conversare. Ci dirigemmo verso la passeggiata a mare antistante il posteggio e iniziammo a passeggiare. Il mare era di un azzurro celestiale e il cielo di un nitido paradisiaco. Gabbiani ci svolazzano intorno ma lontano. Ad un tratto io dissi…

_questa secondo me è la vita. Essere felici. Non ci vuole poi molto.

Naturalmente parlavo dall’alto della mia frustrazione di vita e dal basso della mia finzione quotidiana. In realtà si diffondeva in me davvero un senso di pace, lontano da tutto e tutti. In prossimità di un mare che ti dà l’idea dell’infinito, ma che invece è finito anche se in maniera non troppo evidente. La metafora perfetta della vita dell’uomo. Ma comunque sapevo che stavo dicendo qualcosa al solo scopo di procurare una reazione in quell’ indefesso personaggio.

Lui si accigliò e volse lo sguardo verso di me inclinando lievemente la testa.

_si certo.

In quel si certo mi stava dicendo: si come no… parli bene tu che ti sei ritrovato ad un certo punto piantato in una terra sconosciuta, che non hai memorie ancestrali e non conosci la nascita, non puoi immaginarti la morte. E poi proprio tu, tu che riesci così fintamente a condurre una vita normale, tu che non lasci trasparire nulla, o quasi. Ma io lo so… so che sei un attore e ora faccio la mia parte nella tua scenetta, se è questo che vuoi.

Rimanemmo in silenzio a lungo. Ma a tratti lui volgeva gli occhi che in quel momento mi parevano quasi grandi e abbozzando un mezzo sorrisetto mi squadrava.

Ora si trovava in quel baratro oscuro o semplicemente ora egli non si trovava. E quello sguardo sinistro riuscivo a vederlo oltre quelle tavole di legno in mezzo alla chiesa. Potevo spogliare gli strati di quella bara ed arrivare a lui che, con mani giunte, corpo rigido, aveva comunque lo sguardo rivolto a me , con quel sorrisetto.

Uscii prima di tutti, un poco prima che la messa si concludesse. Uscii e guardai quella giornata. Le nubi si erano allontanate e ora emergeva il sole. Il mare non c’era, i gabbiani neppure. Fuori da quella chiesa quel sorriso non mi poteva raggiungere. Io percepii quella vecchia sensazione e mi dissi…ci vuole poco per essere felici.

Una marea di gente mi distolse da quel mio stato immobile. Visi e lacrime confusi. Mia moglie laggiù. La raggiunsi. La guardai e mettendole un braccio intorno alle spalle le chiesi _come ti senti?_ immersa nel fazzoletto troppo usato, alzò gli occhi verso di me, con tutto il resto del viso. Aveva gli occhi socchiusi e allagati, riabbassò lo sguardo e mi lasciò lì tramortito. La mia inadeguatezza sovrastava gli animi astanti.

Ci dirigemmo verso il cimitero. Il mio cammino era pesante. Le gambe erano trascinate da un moto inerziale. Continuavo a non capire il prolungamento di quel giorno.

Arrivati davanti al loculo si dette il tempo per l’ultimo saluto. Io chiusi gli occhi…il sorrisetto.

_ehi, ma allora non sei morto!_

era un mio vecchio amico, l’unico che ho avuto nella mia esistenza. L’unico che è riuscito a farmi dimenticare, l’unico per cui quello che ero non gli interessava.

_come stai? Sono contento di rivederti!_ gli dissi io con espressione stupefatta nel vedere che in quasi venti anni non era cambiato di una virgola.

Lo conobbi nell’estate successiva a quell’ “inverno qualsiasi”. Lo rividi quel giorno di cinque anni fa, allo stadio.

Ero solo ed ero andato a vedere un amichevole della mia squadra preferita. In realtà quando vado allo stadio non vado tanto per la partita quanto per le emozioni che scaturiscono dalla folla che sembrano così tangibili da diventare quasi una forma solida visibile.

Mi trovavo in fila per l’entrata. La mia attenzione fu attirata da due uomini piuttosto vecchi che animosamente discutevano sul possibile risultato della partita. Uno era alto e magro, rinsecchito con capelli fini ma folti che si adagiavano su una nuca quasi piatta e che formavano una mirabile fontanella di bianchi filamenti all’apice superiore per riprendere un moto uniforme sulla testa un poco più arrotondata che la nuca.

L’altro basso e tozzo, brizzolato solo ai lati, unico ricordo di un virgulto riccioluto.

Il più basso ansimava e gesticolava in maniera crescente nel mentre che l’altro osservava e dissentiva con un cenno del capo. Le mani del piccolo erano gigantesche e alla parvenza così forti da sembrare di roccia. L’altro teneva le mani in tasca e si limitava a dare calcetti a sassolini limitrofi. Ad un tratto l’alto sfilò una mano dalla tasca e con leggiadria ma autorevolezza iniziò a tenerla alzata e parlare con tale irruenza da colorire le guance rugose, e le sue e dell’altro.

Da dietro un tocco sulla mia spalla mi fece fare un balzo…ma allora non sei morto

Passammo tutta la giornata insieme. Anche lui era solo e teneva per la stessa mia squadra. Era bello riuscire a condividere le stesse emozioni, un tiro in porta mancato, un fallo non segnalato, rabbia e esaltazione senza accordarsi prima. Quell’atmosfera mi fece vivere nell’illusione che non erano poi passati così tanti anni. Iniziammo a parlare davvero solo finita la partita, quando decidemmo di andare a mangiare per festeggiare… chissà chi dei due vecchi aveva avuto la meglio sul risultato…

Iniziò a piovere e correndo ci addentrammo in un locale che solo dopo riconoscemmo come trattoria. Era piena di mobilia, sedie, panche, tavolini in legno massiccio con sopra tovagliette quadrettate, lampadari giganteschi che scendevano a strapiombo su qualche d’uno dei tavolini.

Alle pareti gigantografie di locandine di vecchi film riguardanti trattorie o gente che mangiava. Poi vecchie fotografie della città in bianco e nero, probabilmente di quasi mezzo secolo prima. Quelle che tutti ci soffermiamo ad osservare e che da increduli riteniamo di tempi che in realtà non sono mai esistiti.

Ci accomodammo in un tavolo che dava sull’angolo vicino alla cucina.

Ero contento di rivedere questo vecchio amico così simile a come lo ricordavo nei tempi andati già da troppo. Mi dava l’illusione che quell’arco temporale in cui stemmo distanti non fosse mai stato. E allora tutte le mie paturnie di quegli anni, tutti i miei giorni di lavoro, litigate, malumori, tutto questo diventava inesistente dentro quell’illusione.

Illusione che venne bruscamente mozzata da una sua frase…quanti anni che sono passati dall’ultima volta.

_si è vero, ma tu non sei cambiato affatto. Sembra ieri che ti salutavo all’aeroporto.

_e già. Peccato che invece il tempo è passato eccome. Di nuovo, illusione troncata.

Gli guardavo le mani. Erano piatte, venose con dita affusolate. Mani agitate contrapposte ad una postura di insana mitezza. Mani rosse e visibilmente sudate. Mani in fremito, quasi in espansione.

Per quasi tutto il tempo conseguente però una rimase quasi immobile mentre l’altra fluttuava nell’aria come leggera, ma in verità caricata di una pesantezza che poteva scorgersi solo se venivano prese di mira insieme. Una poteva mentire ma l’altra non riusciva a reggere il gioco. Quella semi immobile sulla tavola faceva roteare e a tratti alzare e scendere il dito indice, segno di impazienza, di ansia e meticolosamente vera.

_il tempo è passato e io non sono più quello di una volta. Mi soffermai con il pensiero su quella frase anche se rispondevo meccanicamente.

_ah, si sai… ti capisco. Tutti cambiamo. Le esperienze ci cambiano. Quando ci accadono certe cose, che nella vita di un uomo sono inevitabili, nessuno rimane se stesso.

La mia voce riusciva solo a fare uscire delle serie di scontatezze senza ragionare, ma il mio pensiero rimaneva fisso su quella sua frase…non sono più quello di una volta… ma dov’è il limite (valicabile?) tra l’essere di una volta e l’essere del presente che non sai chi sia, ma sai solo che non era quello di una volta che comunque non conoscevi nemmeno all’epoca di “una volta”?

Quella frase mi mise seriamente in discussione. Io che pensavo di non avere mai vissuto l’epoca di “una volta”. Io che pensavo che tutto sommato l’essere non è modificabile. Che è tutto una nostra allucinazione quella di poter cambiare seppur in peggio. Crea una dinamicità un pensiero del genere, una dinamicità che non appartiene al genere terrestre, se non per quella dinamicità che ci costa così cara, rappresentata dalla vulnerabilità fisica che ci attanaglia e non molla.

Mille parole nella mia testa, zero respiri fuori dal mio corpo, strangolato dalla mia stessa banalità esposta poco prima. Lui mi guardava come se avesse capito che preferivo non addentrarmi in discussioni profonde. Poi proprio lui, colui che mi rese sereno di fronte al mio enorme interrogativo di vita per il semplice fatto che nulla mi chiedeva, ma che solo ci si divertiva, e ci si divertiva così tanto a non pensare.

Passavamo le giornate in giro per locali, a bere e ridere della gente che ci passava davanti, camuffando la realtà in un grottesco teatrino di giocattoli adibiti al solo unico scopo di far divertire bambini ingenui. Ora, nonostante paradossalmente mi sedeva davanti con lo stesso aspetto dei vent’anni prima, le sue mani nascondevano o forse mostravano nascostamente pensieri rubati a tristi emozioni vissute su quella stessa pelle che tempo prima era ricoperta di protezione totale alle sensazioni profondamente e tristemente umane.

Mi guardò accigliandosi poi fece un cenno col capo e si mise a sorseggiare un po’ d’acqua.

Cercai di rimediare.

_ ti ricordi come ridevamo? Le nostre risate… ti ricordi di quella signora esageratamente grassa, con i capelli color topo e occhiali con fondi di bottiglia, che sedeva su di una panchina come se ancora aspettasse il principe azzurro e tu le facesti la “gentilezza” di lusingarla prendendole la mano e dicendole che una signora come lei non poteva rimanere lì sola su quella panchina, che c’erano troppi malviventi in giro?

_ E lei si rallegrò… e credo pensasse che ero davvero interessato al suo stato…

mi venne un brivido raggelato, ma configurai ugualmente un sorriso aprendo leggermente la bocca e rimanendo con le mandibole semi aperte come paralizzate aspettando le sue risa che non vennero e lasciarono il posto ad uno sguardo malinconico e trafitto. Le mie mandibole si chiusero, e gli occhi in attesa si mossero verso il basso e rimasi con la testa china, come lui, per alcuni minuti. Rimanemmo in silenzio.

Ad un tratto mi afferrò la mano, mise la sua faccia ad un dito dalla mia, mi attraversò lo sguardo che avevo portato all’altezza dei suoi occhi diventati vitrei e mi disse _ io ho ucciso.

Continuò imperterrito a fissarmi, io continuavo imperturbabile, ma atterrito ad osservarlo quando si levò da quella posizione, lentamente. Indietreggiò con il busto che un attimo prima aveva portato avanti per avvicinarsi a me e scoppiò in una risata sonora.

Smise di ridere e si fece di nuovo serio mentre io rimasi ancora in una posizione innaturale come se mi avessero gettato addosso un cestello di pezzi di ghiaccio e questi fossero rimasti attaccati alla mia pelle. Non saprei definire i tratti del mio volto che espressione avessero preso.

Mi guardò dritto negli occhi, la sua mano ancora posata sulla mia. Una lieve stretta da parte sua , muscoli facciali imperturbabili sino a che di nuovo scoppiò in una risata rimbombante. A quel punto abbozzai dapprima un sorriso, poi portai alla mente immagini del nostro passato e mi accordai sulla tonalità della sua risata risultando agli sguardi della gente attorno come due uomini che dopo la vittoria della loro squadra si ubriacano e ridono sguaiatamente per festeggiare.

Dopo quella serata non lo rividi più, ormai sono passati degli anni. Ma mille volte mi venne in mente, sia prima che dopo quell’evento, e fu oggetto di analisi anche da parte del mio psicanalista quando iniziai la terapia. Secondo il mio psicanalista questo mio vecchio amico avrebbe svolto un ruolo determinante nel consacrare il mio “passato” nell’oblio totale. Il caso strano ha voluto che io lo rincontrassi proprio pochi mesi dopo quell’esperimento dal terapista. E il caso strano ha voluto che io lo vidi quel giorno allo stadio e poi mai più. Forse ora mi farebbe bene rivederlo cosicché entrambi potremmo sviscerare quello che ne è stato della nostra esistenza nell’intermezzo dei nostri incontri, venti anni prima e quel giorno della partita, cosa che proprio in quell’ultima circostanza, non avemmo il coraggio di fare. O forse lui assecondò semplicemente un mio personale volere e non il suo…

La psicoterapia non ebbe alcun esito positivo nonostante quello che poteva sostenere lo psicanalista. Io non solo mi sentivo svuotato ogni giorno di più, ma quasi mi pareva volesse allontanarmi dal mio obiettivo asserendo che forse alla fine la mia era solo una fissazione, o forse mi ero inventato tutto. Insomma, in conclusione ho sentito che il mio problema veniva preso un po’ troppo superficialmente per dare invece più importanza alla mia vita presente ed addivenire all’assioma che il problema in realtà non risiedeva in quel periodo oscuro, ma nel mio periodo chiaro, la mia vita. Non voglio escludere che questa soluzione poteva anche avere un suo fascino, ma ritengo che per la mia persona quella era proprio la strada sbagliata, la risposta da non sentire. Comunque non ho neppure mai celato il mio pregiudizio nei confronti di questo ramo della scienza, ma mi volli dare una possibilità. Evidentemente però le mie orecchie non ebbero il piacere di percepire suoni che aspettavano di udire con l’attesa di vigili del fuoco che, sulla strada, attendono che il malcapitato imprigionato in sbarre di fuoco e fumo, si getti sul telone e speranzosi tengono quello stesso telone nella giusta tensione per attutire il colpo a quel che loro aspettano.

Andavo una volta la settimana. Forse per la vana, ed incoerente nel mio caso, aspettativa camuffata nella terapia, ma ricordo che la mia sensibilità si acuiva in prossimità di quel palazzo ove era lo studio. Di norma mi soffermavo sotto la quercia antistante a quel palazzo ed osservavo gli uccelli annidati tra i rami. Famiglie intere di uccelli. Svolazzavano, poi tornavano. Un giorno, dopo la seduta, distrutto per l’ennesima volta dai miei spasmi,alternati a svenimenti, rinvenni proprio sotto quell’albero un piccolo di quelle famiglie di volatili. Ma come? Io che dal basso vi ammiravo e invidiavo per la vostra unione e serenità, lasciate che un piccolino resti agonizzante sulla strada? Ero disgustato, probabilmente anche della mia poca conoscenza del mondo animale. Lo presi. Me ne andai gettando uno sguardo di sfida ad un pettirosso che stava immobile su un ramo e che probabilmente non c’entrava niente con quella famiglia indegna.

Quando fui a casa mia moglie mi riempì di domande come al solito, e io risposi che non cambiava mai nulla, ma con la meraviglia di un fanciullo le porsi quell’uccellino tenendolo tra le mie mani unite a formare una soffice culla e glie lo portai agli occhi con i miei che brillavano di una luce propria. Si propria, perché lei per poco non lo getta dalla finestra.

_ma cosa porti in casa?non vedi che è sporco e malato?farai prendere qualche malattia a max!

sdegnato le dissi che era stato abbandonato e che volevo crescerlo.

Lei mi incolpò del fatto che se proprio volevo crescere qualcuno sarebbe stato meglio pensare a dei figli. Quello fu il principio dell’idea del concepimento del nostro primo figlio. L’idea mi sollecitava, anche se tenere quell’uccellino in casa finché non morì dopo appena una settimana mi fece riflettere a lungo su quella scelta gravosa.

Per prima cosa mi affezionai al piccolo. Lo accudii e gli diedi da mangiare vermetti che andavo io stesso a scovare nel terreno del nostro cortile. Lo sorvegliavo e stavo attento alla temperatura del corpicino per non farmi prendere alla sprovvista di fronte ad un suo cedimento. Purtroppo mi prese molto più che alla sprovvista.

Un giorno lo guardai e mi sembrava si stesse riprendendo. Stavo per andare in cortile per trovargli da mangiare quando mi telefonarono dall’ufficio per una cosa urgente. Dovevo andare. Mia moglie non era in casa, ma le lasciai un biglietto nel caso tornasse prima di me di andare a cercare vermi e dar da mangiare alla creatura. Presi la macchina e guidai all’impazzata per far prima. Arrivato in fabbrica sbrigai la faccenda nel più breve tempo possibile. Fatto ciò andai nel mio ufficio e quasi ansimando per la fretta, a questo punto meramente psicologica, perché non avevo corso a piedi, telefonai a casa agognando di sentire la voce di mia moglie…si, sono a casa, ho già dato da mangiare al piccolo, ora sta bene e dorme…ti saluta… ma dall’altra parte niente, nessuna risposta… dove maledizione è andata mia moglie?

Gettai la cornetta sulla scrivania, presi le chiavi poggiate poco prima sulla sedia e con fretta esponenziale mi diressi verso l’uscita.

_ah, proprio tu! Aspetta volevo chiederti una cosa…

mi girai pregando iddio fosse stata un’allucinazione uditiva ed invece vidi il mio collega che era proprio rivolto a me,mi puntava ancora contro il suo dito minaccioso con il suo esagerato braccio allungato verso me come volesse toccarmi da distante.

_eh guarda…ho fretta, possiamo rimandare a domani?

_ dai è giorni che ti voglio parlare, cosa avrai mai da fare!

Devo dare da mangiare al mio uccellino…non era credibile per quanto fosse la verità. Allora devo andare perché mi hanno chiamato da casa che sbattono le finestre, ma non c’era vento. Devo andare perché mia moglie è rimasta in panne con l’auto…

_mia moglie è rimasta in panne con l’auto!

_ma dove? Ti accompagno! Così nel mentre parliamo.

Ma proprio oggi? Maledizione! …no, guarda, è lontano poi non posso riaccompagnarti qua…

_eh, no… ho fretta! L’ansia mi precorse.

Mi guardò di sbieco, non disse una parola e si voltò.

Rimasi quasi sbigottito. L’avevo liquidato io eppure mi sentivo di essere stato liquidato. Me ne stavo andando quando preso da un raptus fugace corsi verso di lui che stava già per chiudere la porta del suo ufficio, abbrancai la maniglia, spinsi la porta verso di me e mezzo chinato verso di lui gli dissi

_ne possiamo parlare domani? Va bene? Te ne prego, ho fretta.

Mi squadrò dal basso verso l’alto, poi fece un cenno col capo e chiuse la porta. Era irrimediabilmente offeso e mi lasciai alle spalle la porta come se avessi inflitto un torto più grave di quello che la mia coscienza potesse permettersi.

Tornai verso casa frastornato. Arrivai in concomitanza con mia moglie. Mi fermai dal cortile prima di entrare in casa. Mia moglie aveva pacchi della spesa in mano e si accinse ad andare dentro guardandomi di traverso come fossi un pazzo.

Io scavavo a mani nude, con la giacca che strisciava per terra, il fango che stava sporcando le scarpe lucidate quando udii un’affermazione … è morto.

Ma non un “è morto” con rispetto e dolore, ma come quando si dice qualcosa da un’altra stanza e come se il prolungare le consonanti facesse aumentare la possibilità di percepire il suono, si dice “è mortooo”.

Rimasi immobile nella mia posizione scomoda rannicchiata, con la punta di una scarpa inflitta al terreno e l’altra che sorreggeva il peso perfettamente poggiante al suolo. Una mano scavata nella terra mentre l’altra penzoloni appesa al braccio inerte poggiato sulla gamba del piede che reggeva il peso.

Non avevo il coraggio di entrare in casa. Guardare quel corpo senza respiro. Vedere che il mio lavoro e impegno nel dargli una vita migliore di quella che la natura gli aveva concesso fosse vanificato nel nulla e nell’inutilità.

Ma lo dovetti fare e il respiro mio lento sembrava volersi confondere con l’assenza di movimento del corpo inanime.

La sera aveva il potere di rendermi particolarmente malinconico, specie nei periodi in cui non riuscivo a dare un senso alla mia esistenza, forse solo per via di quel maledetto giorno d’inverno, o forse no…

Mi chiudevo in bagno, l’unico posto dove potevo chiudermi a chiave senza destare sospetto. Accovacciato in un angolo, mi tenevo la testa tra le mani. Cercavo di ricordare, cercavo un senso, ma tutto veniva vanificato da ogni cosa che mi circondava. Guardavo le mura, le mattonelle, il pavimento…lo specchio. Dal basso della mia posizione non potevo vedere la mia immagine riflessa. Lo specchio si trovava sopra il lavandino mentre io ero sul pavimento. Quasi disteso ormai. Guardavo fisso lassù come a cercare una risposta. Nello specchio la mia immagine da quell’altezza non avrebbe mai potuta essere rispecchiata, ma nella mia testa mi assillavano i pensieri. La mia immagine solo non poteva o quella di chiunque altro? Perché delle domande così assurde? Da quella posizione, era logico, quella di chiunque altro non poteva essere rispecchiata, ma una strana convinzione in me si fece largo in modo prepotente. Col senno di adesso, passati oltre dieci ani, posso dire che in realtà la mia paura più feroce fu quella che nel momento in cui mi fossi eretto, non avrei comunque potuto vedere la mia immagine riflessa. Ero terrorizzato all’idea di non esistere. Pietrificato sopra un pavimento di color pastello. Paralizzato sotto un vetro rivelatore. Iniziai a picchiare la testa contro il muro. Volevo disfarmi di quel pensiero. Volevo disfarmi di me stesso? Non lo so tuttora ma ci provai.

Presi a battere la testa contro il muro. Il sangue mi grondava lungo i lineamenti del viso. Gli zigomi, le mascelle impregnate di quel fluido denso. Mi andò del sangue negli occhi, le mani sui miei occhi come a voler placare il bruciore dell’animo che fuoriusciva da quei vetri che nascondo poi che cosa?

Forse niente.

Mi alzai non smettendo di premere la testa contro il muro e vidi la mia immagine riflessa. Non mi riconobbi. Avevo gli occhi coperti di sangue, i capelli appiccicati come da catrame,mio stesso liquido. Le mani lungo le guance. Eppure quello specchio sembrava rispecchiare i movimenti che i miei arti e i miei muscoli stavano simulando, ma non riuscivo a distinguermi. C’ero? Stavo esistendo? Sull’orlo della follia mi arresi e svenni. Mi risvegliai sul divano in salotto con gente che non riconoscevo. L’unica immagine nella mia mente…un volto insanguinato, ma di chi? In quel momento divenni l’uomo malato su un divano di un salotto, che fosse casa mia era irrilevante. Non sono stato nessuno per una settimana almeno. Camminavo per casa fissando in ogni momento il vuoto che non voleva distogliersi dal mio sguardo. Ad ogni passo che muovevo corrispondeva un burrone in cui precipitavo.

Un giorno uscii di casa e decisi di diventare un uomo, con una moglie, un lavoro, una casa. Costeggiavo il burrone perpetuamente.

Prima di quell’evento non manifestai mai la mia inadeguatezza. Stetti per dieci anni cercando di normalizzare la mia vita.

Fu complicato solo all’inizio, quando quel giorno d’inverno mi destai da un sonno profondo. Lì presi la decisione di oscurare la parte di me che non riusciva a comprendere. In quell’occasione ci fu la determinazione profonda di voler essere tale e quale a tutti gli esseri che, quell’ ormai lontano giorno d’inverno, mi circondavano.

Fu così che iniziai ad osservare. E osservavo masse di genti informi indistinguibili l’uno dall’altro. Essere più piccoli, altri più grandi, essere diversi morfologicamente, con quattro arti per potersi muovere, altri che roteavano sulla mia testa. Pelosi come quegli esseri con quattro arti poggiati a terra, ma di un pelo differente. Capii subito guardandomi di essere uno di quelli che poggiavano su due arti soltanto.

Il linguaggio lo capivo perfettamente, sia quello corporeo che quello espresso a parole, ma notai quanta incongruenza vi fosse tra i due. Un essere femminile, distinta per la timbrica ed un aspetto aggraziato, era ricurva verso il basso in maniera impercettibile. Si accompagnava ad un suo simile. Gesticolava ansiosamente con le labbra rivolte all’insù, abbozzando, capii più tardi, quello che voleva essere un sorriso. Manifestava gioia con parole entusiastiche, con movenze manuali esagitate, ma le spalle ricurve all’interno, la camminata a passi piccoli mi comunicava chiusura al limite con l’autismo. Mentre l’interlocutore guardava abbagliata da cotanto entusiasmo. Abbozzando anch’essa un mezzo sorriso, manifestando in realtà tramite occhi vitrei desolazione per la sua condizione evidentemente meno felice di quella che mostrava l’altra.

E capii che indipendentemente dalla timbrica, dalla stazza e dalla statura, ogni essere, ogni persona agiva in egual misura. E riconobbi il teatro della superficialità al quale tutti partecipavano , chi più chi meno, attivamente. Arrivando a sgretolare la materia, portando sulle spalle il ruolo di tutta una vita che giunta al termine ti fa appendere al muro adiacente al tuo corpo quella veste per lasciare per sempre quel teatro dove, chi più chi meno, ha partecipato attivamente.

E così sono arrivato a quel momento…senza ricordarmi quasi del perché ho voluto farlo. In fondo, non sono altro che un attore come gli altri. A differenza dei quali lo riconosco e lo accetto.

Non ho più interesse a capire. Ora lo so. E aspettando che la mia materia si sgretoli, costeggio il burrone senza pensare a quel giorno d’inverno, che poteva essere d’estate o di qualsiasi altra stagione, in qualsiasi altra epoca, che comunque alla fine mi porterà sempre , ineluttabilmente, al capolinea dove appoggerò la mia veste, stanco del suo peso.

questo racconto è   proprietà intellettuale di Rossana Luccisano.