Nei meandri di questa mente si scorge il pulviscolo dell’origine.
Ogni cosa ebbe inizio da una semplice frase, detta per caso, e non troppo convinta, da un passante qualsiasi… tu non sei nessuno.
Fu così che nacque la prima identità.
Era una giornata qualunque, tuttavia piena. Intrisa di acque, nebulosa. Pioggia e nebbia si mescolavano, si alternavano in una danza ritmica. Dalla finestra, che dava sulla strada il più delle volte deserta, si poteva intravedere un carrellino che di tanto in tanto cambiava postazione, ma non si poté mai,proprio mai, scorgere davvero chi fosse a creare tale spostamento. Ciò nonostante il movimento persisteva, il giorno prima era sempre diverso dal giorno seguente. Si poteva vegliare su quell’angolo di strada anche tutto il giorno ed anche tutta la notte, ma era necessario un solo istante di stanchezza nel quale la testa si fa più greve, gli occhi, nolenti, si socchiudono, le palpebre pesano ormai quintali. Ecco, in quell’attimo, lo spostamento. Allora percepivi la presenza. Percepivi uno spostamento d’aria. Come se il carrellino avesse dei prolungamenti, i colori si dissolvono ma persistono in qualche modo, un’ombra si aggiunge alla mescola di tinte ormai indefinibili, non passibili di essere distinte ad occhio nudo.
Appena il tempo di scuotere la testa, di riordinare i pensieri, di riattivare il raziocinio, e quello, sempre lo stesso, carrellino, tornava ad essere senza padrone che lo muovesse. Ma spostato.
Chiunque avrebbe desistito dopo giorni dal proposito di vincere questa scommessa col proprio ego.
Chiunque escluso chi volesse a tutti i costi possedere l’identità. Il conoscitore dello spostamento del carrellino.
Il proposito persistette ogni giorno, ma il normale svolgersi della vita impediva la continuità permanente, e così che nacque la doppia identità.
La seconda identità constava di vari elementi, tutti puntigliosamente pianificati. Al mattino la lancetta della sveglia non poteva mai essere posizionata oltre le sei e trenta minuti. Si sarebbe ritardata la colazione delle sei e quaranta minuti, dopo l’irrinunciabile svuotamento delle impellenze fisiche vincolanti.
Il solito rito iniziatico per ogni, sempre uguale, giornata . Che ci fossero molteplici variazioni meteorologiche, o che non ve ne fossero affatto, dal giorno precedente ogni giornata persisteva nella sua immobilità.
L’immobilità contraddistinta da sequenze statiche di apparente movimento. La pulizia personale, nel bagno rigorosamente igienizzato, sapone liquido antibatterico, corso dell’acqua nella quantità predeterminata in virtù di quel rubinetto che non potrebbe avere una modulazione differente dal momento che è sempre stato utilizzato fino a quel dato punto oltre il quale probabilmente non riuscirebbe più a scivolare, spugnetta, dentifricio, sempre dello stesso tipo, spazzolino, lo stesso fino alla saturazione determinata nell’arco di due mesi da chiunque. Ogni fase scandita dal passare controllato dei minuti che scoccano grazie all’orologio che, affisso sulla parete del limitrofo corridoietto, permette di sentire il tempo che scorre; la, da sempre, consigliata colazione, con le ineluttabili stesse porzioni di cibo e di caffè; l’opera di vestizione rigorosamente ponderata già dalla serata della domenica per tutti i susseguenti giorni della settimana; dapprima l’intimo, riposto nel cassetto del lunedì , lavato, piegato. Questo il primo ma anche più delicato passaggio da affrontare nella vestizione. Con una innaturale fretta viene tolto il pigiama e indossata la biancheria del giorno e, come se si avesse la paura di essere interrotti in qualcosa di importante in cui non possiamo assolutamente ammettere interruzioni, la velocità rispetto a tutti gli altri movimenti atti a prepararsi viene triplicata. Poi la camicia, infilata prima nella mano destra, fatta scivolare lungo il braccio, e un colpo di spalla per modellarla in maniera impeccabile al corpo di questa identità. Stessa operazione per la parte sinistra con l’unica eccezione del colpo di polso per rendere perfetto lo scivolamento lungo tutto il braccio evitando la denegata ipotesi dell’aggancio dell’orologio al polsino della camicia, orologio che ormai ha una sua collocazione permanente su quella parte del corpo tale che si potrebbe quasi intravedere un solco dato dall’effetto ottico della mancanza di quella peluria, caratteristica di quella zona nell’uomo, che non può avere ragione d’essere se soffocata da placche d’acciaio. Affrontato ciò ogni bottone viene riposto nella corrispettiva asola partendo dall’alto verso il basso , seguendo con lo sguardo il percorso che la mano deve fare per arrivare al fondo, quando improvvisamente, calcolatamente, gli occhi diventano fuggiaschi e si posano sul muro antistante mentre la mano compie l’opera sino all’ultimo bottone.
Pantalone. Operazione un poco più complessa. Richiede maggior mobilità e cambiamento di postura. Si siede sul letto, appena tirato su, nel punto dove sa bene che una piega in più non potrebbe essere scorta da chi, inavvertitamente, ma imprevedibilmente, potrebbe entrare nella stanza, dalla porta. Con mani inermi prende l’indumento per la vita, facilmente, poiché la cintura è gia stata incastonata nelle fenditure la serata della domenica. Sale lungo le gambe secche fino ad arrivare alle ginocchia, nel momento in cui, anticipando l’alzarsi in piedi rispetto a chi potrebbe fare questo gesto in maniera istintiva, si leva eretto e al contempo tira su quel pantalone fino al ventre irto con una velocità tale che la zona genitale sembra un passaggio non fatto, inesistente.
Con noncuranza programmata infila la camicia nel pantalone, tira su la cerniera mentre la mano destra, fugace, sfiora il basso ventre coperto dalla blusa e, finalmente, tira su la cerniera e si abbottona il problematico pantalone, proteggendosi la vita, stringendo a sé la cintura indeprecabilmente contemplata.
Con tutta la semplicità che un bambino può avere nella manualità di fare cose da adulti, infila il calzino, poi l’altro, poi la scarpa, poi l’altra. Erto e fiero. Il rito si è concluso.
Ore sette. Dita che si inframmezzano tra le chiavi. Chiave di casa tra il pollice e l’indice. Sette passi per arrivare ai quattro scalini durante il percorso dei quali la chiave che era sita tra il dito medio e l’anulare slitta velocemente per collocarsi nella postazione dove dieci secondi prima si trovava la chiave di casa, che a sua volta viene fatta scivolare per poter tranquillamente dondolare insieme col fortunato portachiavi, unico ed indiscutibile oggetto libero di muoversi.
Il portone viene aperto.
***
Pareti bianche interrotte da quadretti inquadranti vecchie fotografie, memoria di tempi così lontani da poter far suscitare la sensazione recondita che mai esisterono. Porte in finto legno di ciliegio collocate ogni due metri circa , uffici distanti tra loro pochi passi, ma infiniti divari tra gli stretti lavoratori astanti. L’unica identità ad avere un senso nell’immensa bolgia di fisicità, un senso solo in virtù di quella prima identità che si andava cercando, scartabellava la mole di pagine intrise di parole e numeri, fitte così tanto da rasentare il confine col nulla.
Un lavoro di responsabilità veniva definito. Società di pezzi di ricambio da assemblaggio vari. Non capiva bene neanche lui quale tipo di ruolo svolgesse, l’unico dato certo era l’insensatezza. L’insensatezza inversamente proporzionale all’importanza che i colleghi si davano nel compiere il medesimo, per lo più, tipo di lavoro.
Non usciva quasi mai dal suo ufficio di pochi metri quadrati. Passava gran parte della giornata dietro quella scrivania immobile, sempre uguale. Non veniva modificato mai nulla. Il venerdì era il giorno delle pulizie. Gli impiegati uscivano un’ora prima dal solito orario di lavoro per poter lasciare lo spazio all’impresa di pulizia appaltata dalla società. Neanche in quell’occasione veniva realmente spostato nulla. Quando il lunedì si faceva rientro alla solita occupazione, le cose erano esattamente allo stesso posto della settimana precedente appena trascorsa. Mai nessun movimento. La stabilità designava ordine e rigore.
Nel suo spazio delimitato da mura imbiancate, finestrella in alto, impossibile da aprire, e porta di fronte a sé, faceva scorrere il suo tempo.
La fase più difficoltosa della giornata consisteva nel varcare l’ingresso, non dello stabilimento sede della società, quello gli risultava facile perché in qualche modo nei suoi pensieri, l’aria era ancora caratterizzata da quella libertà che si trascinava appresso dal viale appena percorso per arrivare dal portone di casa a quello del lavoro. Ma era l’ingresso proprio del suo ufficio. Quello il segnale di sconfitta. Perdita quotidiana della speranza di cambiamento, qualsiasi.
E quando posava il palmo della mano pallida sulla maniglia e con le dita stringeva debolmente la stessa dandole una lieve spinta verso il basso, poi con il piede prima destro e conseguente sinistro varcava quella soglia, un senso profondo di abisso inesorabile inondava ogni parte vitale del suo corpo.
Il pavimento del corridoio dal quale si districavano poi i vari ambienti, caratterizzati da quelle finte porte, era coperto da densa moquette grigia. Dalle molteplici porte vi era l’elemento di differenziazione, una striscia di marmo bianco per passare poi ad un pavimento di cotto color marrone. Fintantoché i piedi poggiavano su quel morbido ma inconsistente pavimento di peluche il potenziale di libertà persisteva. Il poggiare del piede, anche se solo per una parte piccolissima, su quel pezzo insulso marmoreo bianco alimentava dentro sé la disillusione fino all’annientamento totale di quella speranza nel momento in cui il tocco delle scarpe risuonava sul cotto color marrone.
Il corpo si muoveva con moto inerziale verso quella scrivania coperta di fogli posizionati allo stesso modo del giorno precedente. Con la stessa velocità di un piccolo bradipo spaesato, sfiora con la mano destra la superficie della sedia per poi accasciarsi lasciando, come tramortito, cadere il corpo su di essa.
Quel lunedì di una qualsiasi settimana, di un intercambiabile anno, era freddo. Pioggia e nebbia gli ricordarono la sua vera identità ricercata. Prendendo ad ispirazione la finestrella in alto dietro di sé poté ripensare a quelle interminabili ore passate dai vetri di casa ad osservare il carrellino. Un senso di pienezza gli pervase le vene.
Le palpebre stropicciate tornarono pesanti quando lo sguardo ebbe a tornare su quei fogli pregni. D’un tratto un rumore di scricchiolio. Uno spostamento d’aria improvviso. La materializzazione davanti a sé di un essere uguale a tutti gli altri che ogni giorno sentiva ruotare attorno. Un gesto dettò un cambiamento. Con una rapidità feroce il collega della porta accanto ripose su quella scrivania immobile uno scritto draconiano. In quel gesto quell’essere trovò un senso per poter vivere quel momento. Invigorito da sensatezza piena si muoveva con meccanica lucida. Uno sguardo fugace tra di essi. Un senso e un non senso in un incrocio fulmineo. Dopodiché il collega, senza usar parole, si volse indietro, e con rassegnazione ma fierezza di quel momento vissuto, tornò fuori da quella porta e la stanza fu vuota.
***
Torbidamente l’atmosfera si fece grave al suo cospetto.
Quel foglio scritto iniziò progressivamente a riempire l’aere di pesantezza insostenibile. Ogni parola, lettera, punteggiatura contribuiva, di per esso, a rendere oltremodo greve il volume racchiuso dalle fredde mura. Da quel piano su cui poggiava leggiadro quello scritto oneroso si estendeva l’inchiostro per cui era pregno e, dipartendosi da punti diversi e separati, si ricongiungeva attraverso di un vortice, all’altezza dell’impreparato iride formando una nube grottescamente buia.
Discendendo quel vortice poté capire. Mutamento.
Senza pleonastici preamboli, né alternativa alcuna, si ordinava lo sgombero dell’ufficio per conseguenti lavori ristrutturativi dell’ edificio nel suo complesso. Ne conseguiva uno spostamento momentaneo di sede.
Il sangue circolante simulò una sorta di coagulazione. L’immobilità di fronte ad un movimento prospettato. Questo creò disordine. Imprevedibilità. Tutto ciò che non doveva essere creato. Non era questo. Non questo l’oggetto di disillusione con conseguente annientamento. Questo era caos. Fu il disordine. Non si sentì più il rumore scrosciante dell’acqua piovana, in quell’istante le nubi si arresero all’invasione dei raggi celati i quali raggiunsero la scrivania pesantemente scarna. La luce invase la stanza oramai satura di incomprensibile chiarore. La grottesca nube persistette facendone conseguire un immotivato contrasto inaccettabile.
Inerme, giunse le sottili dita tra loro e le interpose nei relativi e corrispondenti spazi vuoti di una e dell’altra mano. Strinse con flebile vigore ed ivi appoggiò il cranio ridondante. Il caos divenne nullo. Il vuoto fluttuava con inaspettato peso.
Delirante andò in cerca di reazione. Alzò il mento e fece scendere con sforzo le mani giunte. Le separò. Poggiò i palmi sulla inconsistente scrivania, si sentì scivolare a terra, ma le braccia lo sostennero e faticosamente si sopraelevò dalla sedia ingombrante. Barcollando si volse spostando di poco le tramortite gambe fasciate da pantaloni provati , allungò il braccio verso la finestrella lassù, in alto, per poter pietosamente celare in qualche modo almeno quell’insensata luce per cercare, seppur malamente, di immaginare la vista che fino a poco prima lo destava e invigoriva. Aperse la mano estendendo le dita fino a dolorare per ricoprire l’intero vetro, vi aggiunse la seconda, allargata all’inverosimile anch’essa, ma la luce non si placò, oltrepassò per converso il suo scheletro ricoperto, e come appeso ai suoi stessi arti rimase immobile vacillante con acqua fluente sul viso squadrato, come a voler ripristinare un senso di pioggia che ormai lo aveva abbandonato.
***
Il suono di una campana annunciava l’una. Tutti si ammassarono all’uscita per la pausa pranzo. Il rumore incessante dei passi convulsi che gli passarono accanto al di fuori della porta fecero in modo di distoglierlo dal torpore macerato. Non voleva ma doveva muoversi. Si ridestò e si accorse che era giunto il silenzio. Arrivò il momento meticolosamente uguale al giorno precedente ed al giorno successivo. Con noncuranza malsana tenta di ripetere passaggi che nella sua memoria sono gli stessi da tempo indefinibile. Attira verso sé la manica della giacca riposta sul magro appendiabiti locato in maniera equidistante tra la scrivania e la porta in finto ciliegio. Girando su se stesso riesce ad infilare il braccio destro dentro quella cavità ed è a quel punto che l’intera giacca si allontana dal palo su cui poggiava per essere riposto su pari inconsistenza. Infila il braccio sinistro e con flemmatico rigore aggiusta il colletto ed inizia a collocare ogni singolo bottone nella corrispondente asola.
Una sintomatica mitezza lo accompagna al medesimo luogo dove è solito rifocillarsi.
Viene servito senza parole, seduto, dietro quel tavolo isolato. Occhi vitrei speculari lo circondano. Suoni di voci confuse penetrano dentro i suoi condotti uditivi. Poggia lo sguardo sul piatto antistante. Pietanze insulse sembrano essere lì da sempre. Accanto un bicchiere. Acqua vuota cerca di riempirlo, ma la trasparenza non riflette.
Adiacente al suo tavolo si trova la porta d’ingresso. Una porta girevole che tra gli intermezzi di vetro e non vetro in movimento circolare lascia intravedere uno scorcio di realtà, là fuori. Solo cani e fretta. Esseri in movimento che tra un passaggio e l’altro di quell’ingresso fanno presto a scomparire, come mai esistiti.
Mastica lentamente il cibo tenendo a bada la sete per trionfare in una sorsata unica alla fine del pasto. Poi l’indefesso caffè, l’inizio dopo la fine che si sgretola nel giro di pochi secondi. L’amaro in bocca fa da coerente sfondo all’immaginaria realtà davanti a sé.
Rimane fisso il tempo che basta per tornare al suo lavoro. Una roccia riflessiva che permane in massa informe. Lieve scalfittura dove prima non c’era. Un massiccio aggregato polimineralico inerme che per la prima volta trova una fessura. Viso scultoreo non lascia trasparire il pensiero che dentro invade ogni spazio possibile.
Nella mente un ricordo di parole, lettere, punteggiatura, la nube. Il ricordo di lui bambino, davanti ad un compito di italiano, in una casa vuota, con un obbligo sulle spalle: agire. Una figura immobile dietro di sé, immobile, a braccia conserte come quei soldatini che fanno da vedetta alla torre nella realtà immaginata degli infanti, quelli che altri bambini usano per giuoco. La figura dietro sé, erta e fiera, nulla aveva di ludico. Il terrore nelle dita impugnanti una stilo, dita stanche che dovevano muoversi ad onta dell’inettitudine di quelle mani troppo piccole. Pochi movimenti impercettibili per troppo tempo e da dietro le spalle si levava uno spostamento d’aria, presagio di uno scontro cruento. La testa quasi distaccata dal collo si arrendeva dopo lo scontro e ritornava nella posizione iniziale inclinato maggiormente verso terra. Un pavimento ben conosciuto. Piastrelle di cotto raffiguranti triangoli se squadrate nel loro insieme. Ma potevano cambiar forma a seconda della prospettiva. Unica libertà quella di poter discostare la pupilla mantenendo la testa in una imperturbabile rigidezza.
Un pensiero dimenticato che sale a galla come un pezzo di legno in acqua stagnante.
Risa di esseri tristi lo riportarono dietro quel tavolo isolato. Uno sguardo fugace al di là della porta scorrevole per immortalare una realtà immaginaria, fretta e cani.
***
Lenti passi sopra il marciapiede stabile. Mattonelle rettangolari interrotte da increspature disordinate. Si muove ondeggiante avvolto nella sua giacca scura. Lo sguardo fisso a terra mentre osserva i suoi stessi movimenti. Un caldo sole lotta per intaccare quella sua pelle ruvida nascosta minuziosamente da frammenti di stoffa uniti come in un unico abbigliamento. Solo un viso , ma talmente basso che perfino l’ombra affatica a coprire.
Un deserto di anime lo circonda. Fermo davanti al limitrofo passaggio pedonale, attende il giusto momento per passare tra una vettura e l’altra che quasi lo attraversano ignorandolo. Colori tetri fanno da contorno a pensieri girovaghi. All’esterno di quella giacca solo incroci materiali di metalli e carne, plastica e pelle, cemento e ossa.
Il momento giusto arriva e con implacabile sveltezza muove frettolosamente le gambe stridenti. Il vento intorno smuove il giaccone che sembra armonizzarsi in un moto ondoso insieme con l’aria secca, ma leggera. Un tocco sfiorato con una inaspettata macchina, gira la testa, solleva lo sguardo fisso da terra, cerca una risposta e intravede dietro il riflesso del vetro in movimento, un immobile ammasso di cellule che continua nella sua corsa sfrenata verso qualcosa di inverosimilmente stabilito. Rimane fisso in mezzo alla strada mentre si innalza un rumore assordante di voci e tuoni rimbombanti dalle vetture stesse. La testa gli oscilla prima a destra poi a sinistra, non capendo. In mezzo ad un vortice indefinito cerca la via perduta dopo quel contatto ininfluente, ma occhi smarriti lo inducono a stabilità fissa come se i piedi fossero radici ben piantate a terra ormai da secoli. Le braccia disorientate come rami in cerca di espansione, la testa decontestualizzata nel momento in cui all’interno si muovono i pensieri e le figure più disparate. Figure di ombre, confusione e movimento. Uno stagno. L’immobile. Movimento. Correnti d’aria. Bolle d’aria.
Un contatto un po’ più soffice che con un paraurti lo scuote e come un carillon che viene messo in moto con un tocco, un giro di vite, inizia lento a muovere passi sulla sua scia predeterminata da tempo oramai assai troppo lontano. Scosso e tramortito ascende verso una fuga improbabile.
Arrivato allo stabile riprende fiato e continua la fuga fino al tocco sul cotto color marrone che per la prima volta non annienta alcuna speranza, in quell’istante alimenta semmai l’illusione di salvezza.
Gocce di sudore gli scalfiscono il viso stanco, chiudendo la porta respira profondamente e con innaturale leggerezza si getta su quella sedia pronta a sorreggere quell’ immutevole peso. Braccia vacillanti parallele al corpo semi coricato, mentre le gambe rigide si ritrovano divaricate sotto la scrivania silenziosa.
Delle ombre gli si ripresentano ad un palmo dalle pupille dilatate e spossato getta la testa pesante sul legno levigato ricongiungendo sotto di essa, in un unico gesto, le braccia ora controllate. Le gambe si piegano e i pugni nascosti si stringono fino a sentire le unghie incarnirsi. Le palpebre chiuse si aprono scampato il ricordo e lo sguardo si poggia su quel foglio sottostante. Parole, punteggiatura. Scatta in piedi, si allontana dalla scrivania e dalla sedia. Lontano dall’appendiabiti, lontano dalla porta, lontano dalla finestra, rimane uno spazio vuoto nel quale si scaglia con tale spropositata potenza da battere così forte che una lesione sullo zigomo destro colora di rosso quella illibata parete angolare.
Tramortito si accascia a terra, rannicchia le gambe mentre la giacca ricopre ogni parte respirante e racchiude con braccia stressate le ginocchia appuntite. La testa contro il muro, ritta, sanguinante. Palpebre fisse, sguardo perso davanti a sé, ma prospettato in un immateriale abisso infinito.
Gocce di sangue continuano indisturbate il percorso sull’ inanime massa fino a toccare quel pesante cotto marrone . Gocce di sangue disegnano uno stagno putrido in espansione in mezzo a terra e fango. Lo sguardo si abbassa e l’abisso si concretizza in quella macchia molle.
La coda dell’occhio visualizza accanto a sé una vertiginosa nube scura. Rosso, nero, marrone si mescolano in una tinta unica fino all’annullarsi. Il giaccone zeppo di massa informe rimane sospeso in un vuoto. Intorno il nulla.
***
Un lasso interminabile di tempo. Gli arti lentamente presero a funzionare.
Poggia a terra le mani sporche di quel sangue ormai secco. Si solleva dolorante e si dirige verso la porta comunque tangente. Percorre il corridoio, ricurvo, con ancora la giacca addosso nonostante il caldo soffocante del condizionatore. Porte chiuse in un corridoio stretto , silenzio.
Si ritrova a metà tra la finestra che termina il corridoio e l’ingresso. Spaesato si volta e rivolta. I piedi ben saldi sulla moquette. L’immobilità che respira lo trasporta in un’immagine. Si trova in mezzo ad un lago, ondeggiante su un gommone arancione con bordi neri. Un motore ad elica dietro la sua schiena lo minaccia continuamente. Tiene tra le mani una canna da pesca che pare piantata nell’acqua ferma. Sulla sponda sempre quella figura immobile, a braccia conserte.
Ad un tratto uno scossone lo fa scivolare nell’acqua, e al contatto rinviene e trova un’apparente consistenza davanti a sé. Uno sguardo vacuo sembra chiedergli spiegazioni. Un altrettanto sguardo vacuo sembra rispondere che non ci sono spiegazioni.
Fa ritorno nel suo ufficio e smarrito inizia a scartabellare. Conteggiare. Archiviare fogli, mentre con accurata precisione schiva la nube ed il pensiero di essa.
Un eco di voci lontane gli ricorda che dovrà azionarsi per sgomberare l’ufficio. Il tremolio,ormai incessante, aumenta considerevolmente.
Non ha un inizio né una fine, il pensiero di dovere iniziare qualcosa lo paralizza nel suo totale sconcerto. Ha troppo inizio e troppa fine, il pensiero lo paralizza.
Calandosi nella dimensione quotidiana, congelando i movimenti spasmodici dentro la sua mente, continua il suo lavoro inspiegabile. Un’utilità finalmente in tutta quella inutilità.
Fogli, penne, parole, numeri non sono più nemici e con l’irrinunciabile supporto della calcolatrice riesce a terminare il suo ruolo quel giorno.
Ore diciotto e trenta, inizia la conclusione. Rinviene in una situazione a lui aliena quando si accorge di avere la giacca addosso. Questa consapevolezza lo riporta a tutto quello che ha patito prima di calarsi nella dimensione alienante. Si blocca tra la scrivania a l’appendiabiti, fa comunque una flebile rotazione col busto come a voler negare l’inesistenza del giaccone su quel palo inerme. Alza lo sguardo e dalla finestra entra solo buio che riflette insistentemente raddoppiando lo scuro della nube riposta in un angolo. Il pavimento sottostante cede e ripiomba nella voragine vuota dalla quale riesce a distaccarsi appendendosi con la mano destra e poi la sinistra alla maniglia della porta in finto ciliegio.
Come un corpo senza ossa percorre il corridoio, poi il viale fino a giungere al portone chiuso che viene aperto.
***
In quella casa scura si respira silenzio. Ogni centimetro di parete, ogni millimetro di pavimento è pervasa da silenzio. Nessuna voce al di fuori della sua mente. Nessuna. Solo una vecchia radio poggiata sul tavolino della cucina vicino al frigorifero può in qualche modo spezzare quella catena di silenzio. In quella mente troppe voci ora, troppe scomode voci che si ripetono, come a voler ribadire qualcosa. Un cambiamento. Si affretta per arrivare alla cucina sita al fondo del corridoietto, che anche se non così lungo, separa di un’ eternità lui dalla sensazione di sollievo dello spezzarsi di quell’assenza di rumori esterni. Affrettandosi salta quel passaggio irrinunciabile del pigiare il tasto bianco sul muro adiacente alla sua posizione nel momento in cui entra in casa. Non si accorge, ma inavvertitamente nell’oscuro aggancia con la punta della scarpa destra il tappeto spesso e scuro, parallelo alla porta della cucina, come a voler indirizzare l’entrata della stessa. Non cade, ma sbatte le mani sulla parete antistante, rimane in piedi e si accorge del nero che lo abbranca. Ormai l’interruttore adibito a fare luce ogni rientro, ogni giorno, è inarrivabile. Il tappeto è scomposto. E il buio permane. Con le mani si fa strada lungo la porta della cucina per trovare la maniglia, trovatala, la spinge verso il basso, apre la porta allunga il braccio tenendolo sempre attaccato al muro e trova l’interruttore che gli illumina il viso.
Noncurante di avere ancora il soprabito indosso accende la radio che trasmette musica classica. Nessuna voce, ma suoni che placano l’inquietudine. In piedi fisso davanti a quella vecchia radio rimane con il dito sul tasto di accensione per tutta la durata di quella melodia.
***
La sera non passò, ma il mattino arrivò in egual maniera a tutte le altre mattine. Sprovvisto di previdenza non appena scorse di trovarsi con le gambe sotto il tavolo della cucina, con il soprabito poggiato sulle spalle raggrinzite. Ore sei e trenta, ormai ora di aprire il cassetto del martedì. Ma tutto non quadrava, e lo spiazzamento permase dentro quell’involucro stanco. Per moto inerziale si curvò verso quella biancheria ferma. Si dovette spogliare ad un’ora insolita, le complicazioni non cessarono. Fece scivolare via gli indumenti con velocità meccanica, senza badare a cosa levarsi da dosso prima piuttosto che poi. Con la stessa velocità e la stessa mancanza di grazia, infilò la biancheria rimanendo in piedi, incastrandosi così nella stessa con un piede in modo da cadere quasi. Si dovette poggiare con il palmo della mano sul letto antistante l’armadio, rimanendo in bilico tra lo stare eretto e l’essere coricato, con una gamba infilata nello slip e l’altra piegata verso la cavità che ancora non riusciva ad essere colmata. Sforzi vani lo condussero al triste decadimento sul materasso, rimanendo semi nudo ed impossibilitato a continuare le mosse intraprese per infilarsi un paio di mutande. Si dovette spogliare di quell’imbarazzo e rifare tutto daccapo. Con mesto movimento si tolse la biancheria e se la rimise ormai con freddezza e lentezza rassegnata.
I pantaloni altro non furono che la continuazione di quel rito mal funzionante quel giorno. Si sedette al bordo della sedia vicino al letto ma essendo un po’ più alta dello stesso, solita postazione all’uopo, gli fece perdere le misure rigidamente calcolate per poter disfarsi di quel gesto. Si alzò con parametri cambiati e fu confusione. Il pantalone gli rimase abbrancato nelle mani, senza riuscire ad alzarsi poiché l’orlo rimase impigliato sotto il piede scalzo. Con la schiena curva e la testa china, cercò di levarsi quello scomodo orlo da sotto il piede, ma tirò con tale forza che si sentì uno strappo. La presa fu mollata, rimase fisso, erto, ma distrutto col pantalone giacente ai piedi.
Ingombrato da quella stoffa sgualcita, si appropinquò verso l’armadio ove poter prendere i pantaloni del mercoledì. Si levò verso l’indumento e si scrollò dai piedi quello che fu un capo ordinario. Si piegò totalmente verso il basso ed infilò quasi in contemporanea le gambe dentro l’indumento. Ritornò a figura estesa verso l’alto. Davanti alle camice fece presto il gesto di afferrare quella quotidiana con la mano destra, e al contempo, essendosi scordato di tirar su la cerniera, tenendosi con la sinistra il pantalone che per gravità o inerzia voleva rovinare a terra. Con la sola mano destra quindi aprì la blusa e cercò di infilarsela nel braccio di quella stessa mano, non riuscendovi distratto da troppa incongruenza, si sedette sul letto e la mano sinistra aiutò la camicia a scivolare sul braccio destro. Lo stesso fece la destra per il braccio sinistro, facendo più fatica nel momento in cui il polsino rimase impigliato nell’orologio. Uno scossone riportò a semi compimento l’opera che si concluse da seduto, con la gobba crescente sulla schiena. Ad uno ad uno, ripose i bottoni nelle corrispettive asole. Giunto a compimento, non si levò dal materasso, ma sullo stesso cercò di infilare la camicia dentro il pantalone aperto. Dovette trattenere il respiro, incavare l’addome per il davanti, espirare e raddrizzare la spina dorsale per il retro. Poi chiuse la cerniera, il bottone e la cintura. Si erse e il cambiamento di postura creò nella camicia uno scivolamento. Alzandosi, la stessa si allungò nella porzione esterna al pantalone, ricavandone da quella all’interno, ma con tale forza che il bottone che fu preso in causa tra un livello e l’altro non sopportò il trapasso e volò oltre la sedia antistante scatenando un rumore lieve ma assordante.
Con in mano le chiavi confuse si recò al di fuori della porta, si fermò dalla soglia e stette del tempo prima di poter trovare la chiave giusta. Poi scese gli scalini, il portone già aperto lo sollevò da quell’ultimo gesto doveroso.
***
Il viale era scarno, la rugiada del mattino dava la sensazione che la terra avesse pianto quella notte.
I passi lenti lo raffreddarono e capì di esser uscito, forse da un incubo, ma senza il cappotto. Permanenza. Si affrettò nel tentativo di fuggire al freddo, ma la suola della scarpa non trattenne aderenza rispetto al manto scivoloso e si collocò in maniera perfettamente perpendicolare al suolo con annessa tutta la massa del corpo infreddolito. Un suono opaco di risa infantili lo risvegliarono dal tramortimento del colpo sull’asfalto. Guardando verso l’alto vide solo esseri minuscoli che lo schernivano con lo sguardo. Fessure quasi impercettibili in uno sfondo roseo. Vicino gambe lunghe, due, quattro, sei, continuamente un via vai. Mai un ripensamento davanti a quel corpo, solo fretta.
Fradicio ed intorpidito, si fece leva sulle mani poggiate sul cemento. Piegò le gambe e si tirò su da quella posizione ingombrante. Piccoli sassolini si incavarono nella pelle del palmo,e quando si rizzò per intero, sfregò fragorosamente le mani per spogliarsi di quel marciapiede sporco, ma i solchi permasero fino a che non arrivò allo stabile al cui interno era ancora il suo ufficio.
Quello stabile gli si presentava ancora più grigio di quanto già non fosse. Si bloccò davanti al portone e dal basso verso l’alto lo squadrò ed osservò come se per la prima volta si trovasse lì. Un blocco unico, perfettamente rettangolare, intramezzato da piccoli vetri che volevano essere delle finestre ad onta del fatto che non davano su nessun paesaggio, ma solo su altrettanti blocchi. All’interno di quei vetri, solo ombre replicanti movimenti da sembrare manovrati meccanicamente.
All’esterno quel grigio sembrava voler inghiottire quelle aperture per perpetrare lo scuro che lo alimentava.
Stette immobile, più immobile di quello stabile. Poi mosse leggermente i piedi e per una sorta di moto inerziale si condusse verso la porta d’ingresso. Nessuna speranza lo accompagnava. Solo inerzia. La libertà agognata che poteva percepire dal viale nel passato, non lontano, solo ieri, non poteva neanche più immaginare che colore avesse nella sua mente. Perduta. Completamente. E il varco nel suo ufficio non si risolveva più nella sconfitta giornaliera della perdita di illusioni, ma fece da quadro coerente a tutto lo sfondo che permeava ogni spazio infinitesimale dentro e fuori di quell’involucro assai troppo stanco.
I piedi poggiati su moquette grigia e poi su consistenza marmorea, poi cotto, non sentivano nessun segno di variabilità. Si sedette e attese. Lo sguardo lassù, verso la finestrella. Il cielo era scuro. Nuvole nere si sovrapponevano quasi a formare un puzzle con tutti i pezzi fuori posto. Dense e scure rendevano buio ogni spazio. Tra quell’oscurità d’ un tratto scorse qualcosa. Si alzò in piedi per vedere. Sulla punta, distese il corpo verso l’alto per scrutare. Un oggetto aleggiava tra quei pezzi mal riposti. Una sorta di targhetta lucente che pareva un meteorite indirizzato proprio verso quella finestrella. Si tolse bruscamente da quella posizione tirata verso quei vetri. Il corpo iniziò a sudare senza fermarsi, dalla fronte fiumi di paure gli scalfivano il viso consunto. Le braccia lungo il corpo, le mani perfettamente aderenti alle cosce tremanti. Le gambe immobili leggermente piegate dallo sgomento, e i piedi indirizzati verso l’esterno come a voler chiedere aiuto. La testa dritta non aveva più il coraggio di levarsi verso l’alto. Da dietro un rumore assordante. La porta che sbatté per l’entrata di un essere in quell’ufficio.
- porta i fascicoli giù nell’atrio. Fai presto. Rimane poco tempo.
E di nuovo il rumore assordante. Si era mosso con tale scatto nel momento dello sbattere finto legno contro finto legno che ora rimaneva indolenzito. Le gambe rigide e fisse guardavano quasi nella posizione opposta al busto che rimase a lungo indirizzato verso la porta di nuovo chiusa.
Lentamente rinsavì, e mosse il busto coordinandolo con le gambe non più tremanti. Alzò lo sguardo e dalla finestrella solo cielo azzurro, senza alcuna sorta di nuvola cupa. Con la schiena leggermente incurvata in segno di semi rilassamento permase fino a che non sentì il suono dell’una.
***
Decise di rimanere in ufficio quel giorno. Tutte le stanze furono vuote per la pausa pranzo. Solo una figura dolente. Solo lui. Iniziò a percorrere ogni centimetro di quello stabile. Forse per imprimerselo nella mente e farlo perdurare per tutto il tempo che sarebbe occorso fino al ritorno. Si levò dal cotto, oltrepassò il marmo e marciò sulla moquette. Marciò, poi toccò il marmo, poi il cotto, poi di nuovo la moquette. Passò attraverso tutti gli uffici e ove avesse trovato la porta chiusa avrebbe potuto gustare anche la sensazione del finto ciliegio con annessa maniglia raggelata. Scrutò ogni angolo, ogni scrivania, ogni sedia, ogni foglio. Un ambiente in evidente movimento. Ma la fermezza di quel momento dove solo lui era errante lo illudeva di una possibile immobilità apparente di tutto il circostante. Lo sguardo si fermò quando fece ritorno al suo ufficio, ma non ebbe più il coraggio di mirare verso l’alto. Si guardò. Vide una camicia sconquassata, mancante di un bottone, dei pantaloni imprevisti, delle scarpe male allacciate. Poi levò verso la sua faccia le mani fiacche. All’altezza degli occhi le fece roteare, guardandovi prima il palmo poi il dorso e permase a lungo su quelle vene battenti. Aggravato, le poggiò sulla testa e si inginocchiò al centro del suo ufficio nell’apparente immobilità totale dell’esterno. Tempo dopo il cotto si fece troppo duro per le sue ginocchia e come tramortito, si rilasciò alla pavimentazione, cadente come un albero che viene segato sempre più al centro del cuore sino ad arrivare al punto che lo stesso suo troppo peso lo fa spezzare in due, e quindi rotea a terra come morto.
***
Vibrazioni di passi scroscianti lo destarono. Era cessato il periodo della pausa atta al pranzo. Si dovette rimettere in piedi, non senza dolore poiché quel cotto l’aveva troppo intirizzito. Rumore di rametti cigolanti, le ossa gli scricchiolarono, una dopo l’altra. Si passò le mani lungo le gambe, sui pantaloni, poi sulla camicia e cercò di riassestarsi. Doveva fare in fretta. Prese tutti i fascicoli di cui era in possesso. Aprì il cassetto della scrivania dove convergevano fogli di fascicoli diversi e dovette concentrarsi per mettere in ordine tutti i cartacei. Posizionò un fascicolo aperto per terra ove poter mettere i fogli corrispondenti. Così fece per tutti i fascicoli di cui disponeva. Del cotto color marrone non v’era più traccia. Faceva attenzione a non calpestare oltremodo i fogli riposti. In bilico con la punta di un piede verso destra e la pianta dell’altro più indietro, sempre verso destra, con le mani che tenevano altri fogli semi svolazzanti, ma verso sinistra per via del busto leggermente incrinato, guardava dall’alto e si ritrovava ad avere una visuale di tutti quei documenti simile a chi potrebbe guardare una carta topografica di qualche antica città romana. Punti e linee, numeri e lettere. Non c’era un punto o una linea che avesse più senso di un altro per lui che guardava dall’alto. Il finto ciliegio creò uno spostamento d’aria. Dalla fessura conseguente all’apertura una strana forma di viso, un viso parziale, solo per controllare a che punto ancora si trovasse quel lavoro. Quel poco bastò per ricreare confusione.
Stette più del dovuto quel giorno in ufficio. Il buio era già da tempo calato. L’ultimo fascicolo fu chiuso. Cercò il cappotto per potersene andare quando lo vide già su se stesso. Quando, tempo prima, scattò l’ora consueta di uscita se lo mise addosso non curandosi del fatto che ancora doveva permanere in quella stanza. Incerto si mosse verso l’uscita con pile di fascicoli tra le braccia. A stento lo si poteva guardare in faccia. Una torre tra le mani lo celava agli occhi dell’esterno. Ripose i documenti sul piano dove era solito esserci il portinaio. Le braccia si sentirono improvvisamente leggere. Stette a guardare quella pila accatastata fino a che non si volse e andò verso l’uscita con la sensazione che un’ombra dietro di lui lo stesse perseguitando, ma che si arrestasse nel momento in cui avrebbe varcata la soglia dell’uscita dello stabile. Così fu.
***
Entrato in casa si indirizzò verso la finestra. Il carrellino. Sempre lì. Non si curò di accendere la luce, di levarsi il cappotto, di azionare la radio. Si mise dalla finestra ad osservare il carrellino. Da lassù guardava la strada, guardava i muri adiacenti che lo sguardo poteva raggiungere. Guardava foglie secche strisciare sul cemento ruvido. Guardava il colore grigiastro dell’ambiente circostante. Ma ogni volta che distraeva lo sguardo dal carrellino, l’occhio forzava per potervi posare nuovamente. Nolente, nulla lo poteva distrarre realmente quando si trovava fisso dietro quei vetri. D’un tratto si sentì un ronzio come di un grosso insetto in quella casa. Fu subito ansia. Non riusciva a vedere nell’oscurità che lo attorniava, ma sentiva e questo rumore non dava segno alcuno di volersi placare. Si fece sempre più forte, sempre più vicino. Il terrore lo invase. Si volse e rivolse, ben saldo nella postazione in cui si trovava. Cercava di aguzzare la vista ma non vide nulla. Un colpo sul vetro lo fece trasalire. Ansia e panico divennero in un solo sintomo. Colpi continui sulla finestra da cui guardava. Tremante prese tra le mani la maniglia ferrea di quella finestra. La girò e cercò di aprire i vetri, ma il rumore divenne incessante e il corpo non ebbe più controllo. Si agitò a tal punto cercando di vedere che si trovò di spalle sul davanzale misero. I vetri erano stati aperti. Rumore incessante. Sentore di aria che si spostava, agitò le braccia davanti a sé fino a che non perdette l’equilibrio a causa del basso davanzale, e cadde, al di fuori di quella finestra.
La caduta pensò che dovesse essere lunga e cercò di pensare e ripensare e le immagini che si figurarono davanti a lui furono solo blocchi con fessure. Un tonfo. Poco dopo era su una consistenza. Era precipitato da una distanza ridotta. Rimase tramortito. Era incastonato tra barre di consistenza solida. Poté guardarsi i piedi senza fatica, si trovavano davanti ai suoi occhi in linea d’aria. Non riusciva o forse non voleva districarsi da quella posizione. La mente fu vuota. Nei meandri un punto. Spostò leggermente le papille e di conseguenza un poco il viso attirato dal luccichio di qualcosa alla sua destra. Si volse e pose lievemente indietro la testa per mettere a fuoco.
Una targhetta all’altezza dei suoi occhi - il conoscitore dello spostamento del carrellino – .
Le sue labbra divennero elastiche. Si tesero verso gli zigomi lasciando intravedere il bianco regolare all’interno della bocca. Le guance salirono e formarono come una pienezza. Gli occhi si socchiusero un poco. Le mani stringevano le barre del carrellino.
Fece uno sforzo per poter uscire da quella postura. Ne uscì. Imboccò la strada antistante per poter rientrare in casa dal portone d’ingresso. Vi arrivò, ma era sprovvisto di chiave e attese che qualche d’uno rientrasse. Qualche d’uno rientrò.
- buona sera
- buona sera.
questo racconto è proprietà intellettuale di Rossana Luccisano.





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