momenti di lacrime
momenti di sorrisi
momenti di abbracci
momenti di tocchi
momenti di parole
momenti di respiri
affanni che sovrastano
gelide frange
di occhi annebbiati.
momenti di emozioni
di intensi silenzi
di profonde mani
che scaldano
quel freddo glaciale che nell’aere
circonda quell’incessante vuoto.
momenti che passano
che ci lasciano dentro
un amaro ricordo
e un gelido tormento.
momenti che sgelano
momenti remoti
che un giorno diverranno
torpori svaniti
nel tempo che scorre
che incessante
ci avvinghia.
momenti che ad oggi
non vorrei ricordare
ed altri che per sempre
vorrei conservare.

mi addentro con passi lenti, gambe pesanti, sabbie mobili.  nell’aggirarmi mi sento inquieta, vuoto e vortice attorno. non sono io, è la mia ombra. vi cerco e non vi trovo. una voragine si addensa nell’aria. mani scolpite in vetro di ghiaccio, davanti a me il vuoto, solo l’ombra di dita che implorano la ricerca. toccare e non sentire. persone a me lontane che vorrei sentir vicine. il dolore strasbordante di sangue e lava. soffocamento d’aria, la gola colma di ghiaia che lenta ti penetra fino alle orbite oculari. il dolore di essere un granello in mezzo al nulla. dei punti lontani di cui ho colpa piena, colpa del mio dolore e della mia sofferenza. la vana ricerca, l’insensato vaneggiare, il suolo che si spacca al di sotto facendomi crollare.

un vuoto incolmabile, un ricordo sempre lì attento che ti aspetta e ti avvinghia. l’essere sospesi. galleggiare. lasciarsi morire come lasciarsi vivere. qual’è la differenza…

Tornare indietro e cancellare tutti i momenti che hanno portato sofferenza. Tutte le lacrime che asciugate hanno lasciato il solco della realtà condivisa non volendo. Ridisegnare il tempo, una matita nera su una pagina bianca, vedere una famiglia felice, genitori spensierati, figli che giocano con l’allegria tipica del bambino che non sa. Vorrei poter riportare indietro tra le mie braccia le persone della mia vita che non ho saputo conoscere davvero. E ora il tempo mi preme addosso. Non potrò più. Non per tutti,per chi mi rimane..vorrei avere la forza di portarti indietro tra le mie braccia…ma oggi sono io una madre…vorrei che il passato non fosse mai esistito. Vorrei cancellare e ripartire. Ma quel che mi rimane è il dolore di quel ieri che pesante si è fatto strada per lasciare solo, per ora, una fredda bara.

è come stare sospesi

su un ramo secco

di un albero vecchio

è come respirare

e soffocare

è come credere

di potere

ma non disporre

di tempo

tempo e linfa

tempo e ossigeno

è come il calore

di un sipario

pesante

struggente stoffa

che al tocco si sfila

dai portanti

lassù

che imperterriti

restano

stoffa che opprime

pesante

nel già caldo e soffocante

clima pregnante

è come morire

questo è morire.

nel crepaccio del desìo

nell’infinito cercare

nel temere il domani

nel raccontare il passato

nelle lacrime e nel dolore

nello straziante abbraccio

che c’è stato e mai più potrà

nel lento marciare

nella stretta

nella morsa

ti scolpisco nell’anima

non è così che ti voglio ricordare.

 

a mio padre

il cieco rumore che con passi lenti avanza e ti chiede  una stretta di mano.

il quotidiano che galleggia nelle fronde di passanti e movimenti che  tendono a non voler cessare.

il richiamo di un’entità che spesso non vuole, che solo negli occhi di chi teme propone

la sua maestosità, con tutta l’incoerenza, la bieca cecità di fronte all’evidenza.

il nulla è colui che bisogna evocare, da dove siamo giunti e al quale dovremmo auspicare.

corri spedito e non ti accorgi, il buio che sovrasta, la notte incombe.

il tutto nella luce creata per non vedere il circostante rumore del silenzio assordante.

il verso inverso, il dritto storto, lo scorrere incommensurabile controcorrente. una diga che crolla, un mondo che se ne  va. la speranza che disintegra il creato dell’esistenza generica che annienta qualsiasi parvenza di normalità.

stanchezza residua, energia malcelata. rincuora nel petto una perversa sensazione di credere nell’altrove, nel contrario, nell’opposto. fangosa germogliante e celante tristezza nel nascere e morire nel credere e rivivere.

frammenti di te e di me che si fondono. tutto nel cessar e nell’imperversa credenza di quello che sta nel verso inverso.

io nel mio sguardo, nel frammento di me. l’opposto si scontra, il nulla si annienta. e cadono tintinnando brillanti e sfavillanti frammenti dell’ essere,qui come adesso, qui come non mai.

crediamoci…crediamo nelle voluttuose ramificazioni di ciò che ci si impone. crediamo, crediamoci senza rimorsi in quello che da sempre cerchiamo. il triste passar del lento frusciare di pensieri che scorrono e non lasciano speranza. il vero desiderio di dar pace a quella voce, taci per sempre o urla tangibile contro quel muro di false credenze, di errate convinzioni, esci dal tuo vetro e componiti d’aria. ti accorgerai  ben presto che quell’aria sei  tu. e allora, credici se vuoi,il resto non importa.

nell’estremità di una fredda panchina si assolve al ruolo di esistenza minima e precaria che nolente si trascina. massa informe che per poco meno crea disturbo nella cecità di chi pensa di esserne al di sopra.  lotta,violenza,mani nude che solo vorrebbero sollevarsi a ciò che si reputa essere giusto. buono e giusto. e veramente cosa buona e giusta non fuggire davanti a ciò che inesorabilmente ti avvinghia in un turbine senza fine. sciocca mente tu credi, superbamente ti elevi. nauseabonda la voglia tanto è grande di vederti sconfitto nella tua stolta credenza, che sia di massa o personale.

ecco ciò che penso della stra grande maggioranza dell’esser umano.

Parole che vaneggiano,che fanno eco nel triste convogliare di stupide realizzazioni personali. Lo specchio davanti a noi, il guardare all’altro come nostro dominio e ciò che vorremmo essere. Nauseabonde similitudini di pensieri che in verità dicono tutt’altro. Cieca, sorda e muta coscienza volenterosa di rimanere celata…ai più.

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